In piazza contro la violenza: giustizia per le donne uccise

26 Novembre 2019

Da Jennifer ad Aliona, manifestazione delle famiglie delle vittime abruzzesi

PESCARA. C'è il volto di Anna Carlini, la donna di 35 anni, stuprata e lasciata morire nel tunnel della stazione di Pescara nell'agosto del 2017, e ci sono i volti delle altre donne uccise in Abruzzo. Le loro foto campeggiano su due striscioni esposti ieri mattina davanti al tribunale di Pescara dai partecipanti al sit-in organizzato dal coordinamento “Codice Rosso”, in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
L'occasione per scuotere le coscienze e per non dimenticare che nei primi dieci mesi di quest'anno sono stati 94 in Italia gli omicidi con vittime femminili, quasi uno ogni tre giorni. Numeri agghiaccianti, che dimostrano come il femminicidio sia ormai un fenomeno radicato e strutturale. Una vera e propria catena di violenze e di morte che colpisce le donne, vittime sempre più spesso di omicidi efferati. “Giustizia per Anna. Anna nei nostri cuori”: è la scritta che campeggia accanto alla foto della 35enne trovata morta lungo il tunnel della stazione ferroviaria. Il dolore della sorella, Isabella Martello, è racchiuso tutto in quelle parole. «Il 30 gennaio», dice, «se non cambierà il capo di imputazione, mi incatenerò».
A gennaio prenderà infatti il via il processo ai due romeni, Nelu Ciuraru e Robert Cioragariu, che provocarono la morte di Anna. I due sono accusati di omissione di soccorso aggravata, mentre Ciuraru anche di violenza sessuale. Isabella, Codice Rosso e i familiari delle altre vittime di femminicidio chiedono invece la riformulazione del capo di imputazione per aggiungere il reato di omicidio. «Non possiamo rimanere in silenzio», sottolinea la sorella di Anna, «noi siamo morti due volte. Come possiamo sopravvivere, se non c’è nemmeno un po’ di giustizia e che valore ha la vita ? Mia sorella è stata ammazzata. Due figli non hanno più una madre, che a sua volta era anche figlia e sorella».
Presente alla manifestazione anche il legale di Isabella Martello, Carlo Corradi: «Il capo di imputazione, così come è stato formulato», afferma, «non soddisfa la richiesta di verità dei familiari. Chiaramente dipenderà tutto dall’esito dell’istruttoria dibattimentale, perché a oggi l’imputazione è cristallizzata sulla base delle risultanze acquisite nel corso dell’indagine. Noi ci stiamo attivando concretamente per fare emergere altri elementi che confermano quanto da noi sostenuto, ossia che Anna è stata uccisa, dopo essere stata portata lì e sottoposta a violenza sessuale». «Oggi i familiari delle vittime», aggiunge Adele Di Rocco, di Codice Rosso, «si sono stretti l’uno con l’altro per darsi forza perché ognuno di loro chiede verità e giustizia, e vive per avere un po’ di giustizia. Chiedono certezza della pena e la magistratura deve dare un segnale forte, facendo sì che i responsabili paghino senza sconti. A partire dal caso di Anna Carlini, che è stata volutamente assassinata, ma le imputazioni sono di omissione di soccorso e non di omicidio». Verità e giustizia anche per le donne ricordate, con foto e nome, nello striscione nero con la scritta "Certezza della pena": Melania Rea, mamma 28enne di Somma Vesuviana, uccisa nel 2011 con 35 coltellate dal marito, caporalmaggiore dell’Esercito, Salvatore Parolisi, e il cui corpo fu ritrovato nel bosco di Ripe di Civitella; Aliona Oleinic, la 33enne moldava colpita con 11 coltellate il 3 settembre nel cortile di casa sua, a Francavilla, da Roland Bushi, l'albanese di 27 anni che voleva a tutti i costi una relazione con lei, e morta in ospedale dopo un mese e mezzo di agonia. E ancora: Jennifer Sterlecchini, 26 anni, uccisa a Pescara con 17 coltellate la mattina del 2 dicembre 2016 dall'ex fidanzato, Davide Troilo. A ricordarla ci sono anche la madre Fabiola Bacci e il fratello Jonathan. «Ci dovremmo battere anche per la certezza della pena», dice Fabiola, «perché non si possono più accettare permessi premi e sconti di pena, mentre mia figlia è sotto terra. Non ci stiamo più». «Non abbiamo più parole», aggiunge la mamma, «ci sentiamo sole e ad eccezione di Codice Rosso nessuno ci aiuta. Questa battaglia dobbiamo portarla avanti da soli, è una battaglia contro i muri, ma tutte le forze che abbiamo le spendiamo».