In piazza vestiti da sposi: «Rischiamo di scomparire»

La rabbia dei professionisti delle cerimonie: occhi bendati e cartelli di protesta
PESCARA. Cerimonie organizzate e programmate da tempo che, a causa della pandemia e del susseguirsi dei decreti, sono state prima posticipate di qualche mese, poi ridotte a una manciata di invitati e, infine, rimandate a tempi migliori. Non solo matrimoni, ma anche battesimi, comunioni, ricevimenti, cresime, diciottesimi e altre feste a tema. Un intero comparto che abbraccia migliaia di aziende e di professionisti tra venditori di abiti da sposa e da cerimonia, fotografi, videomaker, musicisti, fioristi, parrucchieri, gestori di location, wedding planner e negozi di bomboniere e oggettistica. Un indotto che copre una fetta importante del Pil nazionale e cittadino ma che oggi rischia di scomparire, mandando in fumo tantissimi posti di lavoro e lasciando sul lastrico intere famiglie.
È per questa ragione che ieri mattina alle 10.30, a piazza della Rinascita, hanno fatto sentire la propria voce una rappresentanza di professionisti del wedding, accompagnati da ragazzi e ragazze in abiti da sposo e da sposa. Una cinquantina in tutto che hanno messo in scena un siparietto pacifico e simbolico, sistemandosi al centro della piazza ben distanziati e con le mascherine per coprire naso e bocca, con un’ulteriore benda nera per nascondere gli occhi, stringendo tra le mani un cartello con la scritta: “Dimenticati dal Governo”. L’obiettivo è richiamare l’attenzione della politica e protestare contro quello che definiscono «un lockdown imposto dalle istituzioni nazionali senza alcun ristoro». Con loro, in segno di solidarietà, anche il presidente della Confcommercio Riccardo Padovano e l’assessore comunale al commercio Alfredo Cremonese che ha sottolineato di essersi attivato con Regione e Governo «per aprire un’interlocuzione su quelle attività produttive, come quelle del settore wedding, danneggiate dal Dpcm del 25 ottobre, ma non comprese nel decreto Ristori».
«Nei nostri negozi», rende noto l’organizzatrice della mobilitazione Marina Franceschini De Bonis, titolare dell’atelier “Black & White”, «abbiamo 300-400mila euro di merce invenduta che dobbiamo però pagare ai fornitori pur non avendo incassato un euro. Durante la primavera siamo stati fermi, poi con la riapertura post lockdown abbiamo lavorato al 10 per cento per tutta l’estate. Adesso, proprio quando il settore si stava riprendendo, è stato fermato nuovamente senza tra l’altro prevedere aiuti. Per legge i nostri negozi possono rimanere aperti, ma di fatto, senza feste, non si vende nulla e si pagano solo le tasse». Tra i titolari dei negozi scesi in piazza anche Emanuela Pomponio (atelier Momenti felici), Valentina Cardone (Janine), Giampiero Mucci (Mucci spose), Antonella D’Alessandro (Daian spose). E poi: Marina Di Giampaolo, Francesco Di Fino e Romolo Ranalli oltre ai titolari delle boutique Essaouria e Marisa spose. «Chiediamo quantomeno la detassazione totale», dicono, «la cessione del credito d’imposta per gli affitti direttamente ai locatari e un aiuto a fondo perduto per coprire le spese degli invenduti». Quanto agli altri settori del wedding, invece, hanno partecipato il fotografo Giulio Gennari, la wedding planner Veronica Gattone, il musicista Stefano D’Alberto, la modista Stefania Belfiore e Anna Mattucci del negozio di bomboniere e oggettistica “Anime grezze”. «Gli unici aiuti che abbiamo ricevuto dal Governo», raccontano, «sono i 600 euro dell’aprile scorso e poi più nulla».
In rappresentanza delle location sono intervenuti Daniela Ferretti, proprietaria del Parco Archea e Gaetano Lanfaloni di Villa Lanfaloni. «Per noi», aggiunge Ferretti, «nel decreto Ristori è stato previsto un rimborso rispetto al fatturato di aprile 2020: un mese in cui eravamo in pieno lockdown e in cui generalmente si fanno pochi matrimoni. Invece dovrebbero calcolare gli aiuti sul fatturarlo di un intero anno, perché ormai è un anno che siamo fermi tra eventi sospesi e rimandati. Noi che lavoriamo quasi esclusivamente con gli eventi difficilmente possiamo riciclarci a pranzo come ristorante alla carta».
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