In strada con le mascherine la città si fa trovare pronta

9 Ottobre 2020

Sul posto di lavoro, a passeggio, seduti sulla panchina o a bordo dell’autobus: i pescaresi rispondono con senso responsabilità alla disposizione del governo  

PESCARA. Scatta l’obbligo delle mascherine e in città si gira per strada imbavagliati. Mascherine anche negli uffici e sugli autobus. «La stretta è necessaria», precisano i pescaresi che si mostrano disciplinati, mentre incombe la paura del contagio, con i numeri degli infettati che continuano a salire. Non indossano il dispositivo di sicurezza quelli che fanno sport lungo la strada parco o che si rilassano al sole sulle panchine di piazza della Rinascita. Rigorosamente a distanza (anche oltre i due metri imposti dal decreto governativo) dai passanti che sciamano lungo le vie dello shopping. Mascherine e distanziamento anche dentro le mura di casa? È troppo: gli inviti ad amici e non congiunti sono rimandati a tempi migliori. Il comportamento del professor Gerardo Fierro, docente di Filosofia al liceo D’Ascanio di Montesilvano è un esempio per i suoi studenti. Assiso su una panchina della strada parco è solo, ma indossa la mascherina: «Credo sia importante la prevenzione», spiega l’insegnante mentre legge il Centro, «tengo la mascherina per la sicurezza dei passanti o di qualcuno che potrebbe sedersi accanto a me. La scuola è sicura», analizza, «il caos è fuori la scuola, quando gli studenti si liberano della mascherina e fanno assembramento. Purtroppo la paura vera ce l’ha chi è stato toccato personalmente dal Covid». Gabriele De Massis e Fabiola Petito si concedono una corsetta sulla strada parco: «Siamo senza mascherina perché facciamo sport ma rispettiamo le distanze tra di noi», dicono i due cugini. «Piuttosto», vira la ragazza, «è necessario tenere sotto controllo la movida in centro. C’è gente che si passa di mano i bicchieri di cocktail, gli amici mi prendono in giro perché rimango solo io con la mascherina addosso. Che senso ha la chiusura alle 23, come a Napoli, quando poi, dopo la chiusura dei locali, tutti si riversano in strada e si accalcano? La stretta del governo è necessaria, così come il buon senso». Il buon senso è sottolineato anche da Maria Antonietta G. che si crogiola al sole di piazza Salotto: «Non ho nessuno intorno, perché devo mettere la mascherina? Piuttosto non si può accettare questo terrorismo psicologico che spinge all’isolamento», si infervora l’insegnante in pensione, «mi è venuto da piangere quando mia nipote di 3 anni mi ha detto: nonna, a scuola mi hanno spiegato che non posso abbracciarti. Io ho problemi di salute, ci impongono la mascherina per strada e poi negli ospedali facciamo le visite uno sull’altro. Sono triste e angosciata». Alessandro Di Nicola, dell'omonimo bar di via Battisti, apre alle 6 e chiude alle 23: «Dopo quell’ora la movida diventa indisciplinata, incontrollabile, perciò io chiudo l’attività prima di mezzanotte», spiega l’esercente mentre infila la racchetta in auto nel parcheggio dell’area di risulta, «la risalita dei contagi fa paura, pratico il tennis, uno sport che favorisce il distanziamento».
L’architetto Riccardo Lisei, è nel suo studio di via Castellamare, con la mascherina: «Non servono gli obblighi, la indosso sempre. Anche per ore, così come fanno i miei collaboratori, perché alla base della nostra, e altrui salute, c’è la sicurezza».
«I miei amici li vedo solo fuori casa, distanziati e con i volti protetti dalle mascherine», assicura Chiara Giuntini, mentre salta su un bus, al terminal della stazione. Il mezzo è quasi vuoto, ma durante il tragitto si riempirà. Un autista spiega che «quando il bus raggiunge la capienza, allertiamo all’esterno con il display “completo”. Ma ogni volta che apriamo le porte per far scendere qualcuno, c'è sempre chi sale al volo. Difficile controllare gli accessi».
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