Incetta di deleghe, Borgia a giudizio

Per il presidente della banca prima udienza il 15 aprile, a gennaio tocca a tre notai per le deleghe irregolari dell’altra lista
PESCARA. Il 15 aprile del prossimo anno si terrà la prima udienza del processo a carico dell'attuale presidente della Bcc di Cappelle sul Tavo, Michele Borgia, rinviato ieri a giudizio dal gup Elio Bongrazio per incetta di deleghe: una ipotesi di reato a cavallo tra il codice penale e quello civile, relativa alla elezione dei vertici della banca nel 2015.
Una vicenda piuttosto complessa, che avrà sicuramente un seguito in quanto si interseca con un altro procedimento parallelo che peraltro è già giunto davanti al tribunale che il 16 gennaio dovrà giudicare tre notai pescaresi per falso, sempre in relazione alla stessa elezione del 2015. La singolarità della vicenda giudiziaria sta proprio qui. Borgia venne infatti denunciato da alcuni componenti della lista che uscì sconfitta dalle elezioni del 2015, quella che indicava presidente Filippo Falconio, ieri costituitosi parte civile nel processo insieme al candidato consigliere, Paolo Di Blasio, commercialista ed ex sindaco di Montesilvano, in quanto a loro dire Borgia avrebbe autenticato erroneamente delle deleghe: fatto che lo avrebbe avvantaggiato facendolo risultare eletto alla presidenza della banca. La questione, però, si ingarbuglia quando la guardia di finanza va ad esaminare tutte queste deleghe sospette e ne trova per un totale di 148, di cui però 95 sicuramente valide in quanto riportanti la firma del delegante, anche se autenticate dallo stesso presidente non contestualmente.
Ma nel fare queste attente verifiche la finanza avrebbe trovato casualmente anche due deleghe irregolari appartenenti alla lista dei denuncianti. Da qui partì la denuncia di Borgia che aprì un nuovo e vasto fronte a carico dei suoi denuncianti, che ha portato la procura a chiedere il giudizio immediato per tre notai: Marco Faieta, Grazia Buta e Antonio Mastroberardino. Professionisti che potrebbero aver commesso una leggerezza estremamente grave per la loro professione, autenticando cioè le firme senza la presenza del delegante, ma che forse sono stati anche indotti in errore da alcuni sostenitori della lista Falconio che nel marasma della vigilia del voto, presentarono ai notai le carte da autenticare, infilandovi dentro anche quelle con firme non riconosciute dagli stessi delegati interrogati dalla finanza (e ci sarebbero anche nomi e cognomi di chi avrebbe indotto in errore i notai).
Il risultato finale è che Borgia è accusato di aver riportato 148 voti che potrebbero essere irregolari (ma sarà ormai il processo a stabilirlo) mentre la lista Falconio ben 228 sui 300 esaminati a campione dalla finanza.
Insomma chi ha voluto far scoppiare a suo tempo lo scandalo, nel tentativo di spodestare il presidente pur sapendo del proprio comportamento non certo cristallino, ha finito per essere a sua volta travolto dallo stesso scandalo, mettendo peraltro nei guai stimatissimi notai. Da qui la richiesta mai accolta dei difensori di Borgia, gli avvocati Dante Angiolelli e Paolo Di Fabio, di unificazione dei due procedimenti, e l’ultimo tentativo di sottoporre al gup la questione del “principio di resistenza”. Se ai voti riportati da Borgia si sottraggono quelli ritenuti irregolari, ma lo stesso si fa per quelli riportati da Falconio, il saldo è pienamente favorevole al presidente Borgia che peraltro proprio quest'anno è risultato confermato alla presidenza anche con il voto del rivale Falconio.
«Sono sicuro», ha commentato Borgia, «che finalmente potrà essere fatta piena luce sugli accadimenti». Il presidente si è detto anche soddisfatto perché la questione si avvia ad un definitivo e tombale chiarimento.
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