Ingegnere ricercato dall’Interpol: vittima di un’ingiustizia

1 Luglio 2015

Nel 2013 era project manager in Azerbaijan e lì ha saputo «per caso» di un mandato di cattura per evasione fiscale

PESCARA. Si sente vittima di una «moltitudine di ingiustizie» e vorrebbe le istituzioni al suo fianco, invece da mesi registra «il disinteresse» dei rappresentanti delle istituzioni e degli uffici che ha interpellato, tutti accomunati da un «monumentale lassismo».

Marco Di Giacomo è un ingegnere pescarese di 40 anni la cui carriera fuori dall'Italia è stata bruscamente interrotta, dopo dieci anni, da una vicenda giudiziaria dalla quale non riesce a venire fuori. Nel 2013, lavorava in Arzebaijan come project manager e ha saputo «per caso» di un provvedimento di cattura internazionale nei suoi confronti relativo a una evasione nel pagamento delle tasse. Lui assicura di non aver neppure saputo di essere stato convocato dal dipartimento criminale della repubblica dell'Arzebaijan, non avendo mai ricevuto dall'impresa per cui lavorava le lettere a lui indirizzate e comunque, dice ancora, «non avevo alcuna competenza né responsabilità in campo finanziario e non avevo potere nei pagamenti».

Ritiene di essere stato «coinvolto ingiustamente» nell'inchiesta e assicura di non avere «alcuna responsabilità». Di fatto, però, c'è un mandato di cattura dell'Interpol nei suoi confronti. Il caso è passato su numerosi tavoli, da quelli ministeriali a quelli dell'ambasciata, e l'ingegnere si è perfino rivolto al Coni per chiedere aiuto, ma la questione resta bloccata.

«Le autorità azere si sono dette disponibili ad archiviare» ma per farlo è indispensabile una transazione al termine della quale si dovranno pagare un milione e 700 mila euro, comprensivi della somma iniziale e degli interessi. Di Giacomo non ci sta. «Si è atteso un anno e mezzo per arrivare alla transazione e invece io ritengo che per me sarebbe stato possibile uscirne prima, perché non ho fatto niente, non c'entro niente, sono estraneo a tutto. Credo che spetti all’impresa affrontare la transazione e per quanto mi riguarda chiedo che venga riabilitata la mia immagine professionale».

È' un danno non indifferente quello che l'ingegnere dice di aver subìto in questo periodo, non lavorando da circa un anno e mezzo, e all'aspetto professionale si aggiunge quello personale, perché è «costretto a vivere in Italia, con l'angoscia costante di essere arrestato. Ho provato ad autodenunciarmi, ma qui non mi arrestano».

Tra gli aspetti che più lo tormentano c'è il rapporto con il ministero degli Esteri e con l'ambasciata italiana a Baku. «Mi dicono che non possono assicurarmi assistenza legale perché non dispongono dei fondi per pagare un avvocato in Arzebaijan e io dovrei sobbarcarmi anche queste spese, oltre quelle che sostengo qui in Italia dal punto di vista legale».

Per Di Giacomo un atteggiamento del genere dimostra «disinteresse e incapacità delle istituzioni. Nessuno», conclude, «si è interessato in maniera risolutiva del mio caso» e ora le sue speranze sono risposte nel M5s. Si è già rivolto ai deputati pentastellati Daniele Del Grosso e Gianluca Vacca, chiedendo un aiuto per «sbloccare la situazione» e confida fortemente nel loro intervento per essere tirato fuori da questo brutto affare.

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