Ingiustizia e poteri forti in scena

Domani al teatro Massimo Milo Vallone racconta il caso Cearpes
PESCARA. Dal letame nascono i fiori, dal fango e dalla melma sboccia la bellezza del fiore di loto. Una metafora poetica e paradigmatica che racchiude il senso di una storia travagliata e per molti versi kafkiana, che ben riassume tante vicende italiane vittime di malagiustizia. Con “Nove petali di loto" il caso Cearpes diventa una pièce teatrale. Domani sera al teatro Massimo di Pescara (ore 21, ingresso libero) l’anteprima nazionale dello spettacolo di cine-prosa di e con Milo Vallone e la sua Compagnia della Memoria. L'appuntamento precede la tournée nazionale al via il 5 novembre a Milano.
Un’operazione-verità sul cortocircuito giudiziario-politico-mediatico abbattutosi sulla cooperativa sociale abruzzese Cearpes e sul suo fondatore-direttore Dominique Quattrocchi. Nove anni condensati in un'ora e 20 minuti di scena, con 6 attori e un progetto innovativo tra cinema e teatro a firma dell’attore e regista abruzzese e del giornalista Luca Pompei. Un affresco drammatico dettato «da un'esigenza di denuncia e da un grido di speranza» nella migliore tradizione del teatro civile italiano. Liberamente tratto da una storia vera che ha fatto scalpore e continua a farlo. Per l’evidenza di quegli elementi di malaffare, superficialità e violenza «emblema» dichiarano gli autori del lavoro teatrale «dell’Italia che prova a farcela ma sbatte contro il muro d’acciaio degli interessi dei pochi». “Nove petali di loto", spiegano, è la vicenda kafkiana di un uomo schiacciato dalla macchina del fango. «Un meccanismo capace di stritolare chi prova a mettersi di traverso, anche solo per difendere se stesso, il proprio lavoro, i principi in cui crede». Dopo 9 anni si cerca di ristabilire una verità accertata sul piano giudiziario, ma ancora lontana dall’essere abbracciata appieno da una comunità troppo spesso sviata e sconvolta da notizie parziali, sensazionalistiche e prive di fondamento, stigmatizza l’associazione Amici di Cearpes, sorta per tutelare le vittime della vicenda. «La nostra struttura era un punto di riferimento in Italia per l’accoglienza di minori con gravi e gravissimi disagi socio-comportamentali», spiega Quattrocchi. «In pochi giorni siamo diventati degli orchi, un’associazione a delinquere. I segni di un calvario giudiziario e umano durato 9 anni, pure con la completa assoluzione di tutti gli imputati, ci sono rimasti impressi sulla pelle. Nessuno si è preso la briga di chiedere scusa per un errore giudiziario che ha messo in ginocchio 70 famiglie perbene e aumentato le difficoltà dei ragazzi ospiti».
Jolanda Ferrara
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