Intasca 424 mila euro di tasse, arrestato

20 Maggio 2015

Accusato di peculato il titolare di una società di riscossione di imposte locali: usava i soldi dei contribuenti per le vacanze

PESCARA. È cominciato tutto con un anno e mezzo di tasse pagate da un bar di Popoli ma mai arrivate al Comune. Ha seguito il percorso dei soldi tra il bar e il Comune un’indagine della finanza che ha portato all’arresto ai domiciliari di Enio Carlo Di Fiore, 63 anni di Scafa, a capo della Sican srl, una società di riscossione dei tributi locali e di recupero crediti con sede in via Bologna, a Scafa. Dopo le tasse del bar, la finanza ha scoperto un buco di altri 400 mila euro di tasse pagate dai cittadini ma distratte e mai finite alle amministrazioni di Turrivalignani e Lettomanoppello e ad altri Comuni laziali e campani. Di Fiore è accusato di peculato. Stessa accusa per il precedente amministratore della Sican, Francesco Cipolletta, 49 anni di Napoli.

La Sican, con sedi a Scafa e a Guardiagrele ma operativa anche nel Napoletano, si ritrova anche al centro di una procedura di fallimento davanti al tribunale di Chieti. Un fallimento che tira in mezzo anche l’Ater di Pescara: l’Ater, affidata al piano di risanamento dell’amministratore unico Paolo Costanzi, vuole 108 mila euro dalla Sican. Somme che, rivela un atto dell’Ater, la Sican ha riscosso dagli inquilini morosi delle case popolari e «che ha illegittimamente trattenuto come da ricevute fornite dai debitori». Dei 108 mila euro, finora, l’Ater ne ha presi appena 6 mila trovati su un conto della Sican alle Poste. Resta «la grave situazione di insolvenza» che ha portato all’omologazione dell’istanza dei fallimento. Comunque, le cifre richieste dall’Ater non sono al centro dell’indagine della finanza.

Secondo la finanza, guidata dal comandante provinciale Francesco Mora e coordinata nell’indagine dal pm Mirvana Di Serio, Di Fiore incassava i soldi delle tasse dai residenti, soldi che poi non finivano ai Comuni ma venivano spesi in «beni di lusso, viaggi all’estero e soggiorni in villaggi turistici». Acquisti che Di Fiore pagava o in contanti prelevando denaro dai conti della Sican o strisciando le carte di credito intestate alla società di riscossione. Per i finanzieri, il trucco per evitare i versamenti ai Comuni era messo a segno in due momenti: a Di Fiore e Cipolletta è contestato di aver lasciato aperte le posizioni contabili dei singoli contribuenti allo scopo di nascondere ai Comuni quale fosse l’entità degli incassi effettuati e, dunque, per impedire agli enti stessi qualsiasi controllo. La risposta della società di riscossione ai dubbi dei Comuni, di fronte alla processione dei contribuenti che esibivano le ricevute dei pagamenti, era sempre la stessa: ci sono ancora importi minimi da riscuotere e le posizioni debitorie dei contribuenti non sono ancora definite. Ma da Popoli, nel 2012, è scattata la denuncia «per indebita appropriazione delle somme di pertinenza dell’amministrazione» presentata dal sindaco Concezio Galli. L’anno successivo la stessa amministrazione ha affidato a un avvocato, Clara Di Sipio, di Pescara, l’incarico di trovare «la più pertinente azione giudiziaria da adottare nei confronti della Sican, sia in sede stragiudiziale, civile o penale». Secondo l’accusa, la seconda parte del meccanismo era quella della distrazione delle somme riscosse e trattenute indebitamente: parte del denaro che doveva essere riversato ai Comuni veniva fatto transitare sui conti correnti della società e drenato con prelievi in contanti o a mezzo giroconti o con addebiti su carte di credito. Un meccanismo che, per finanza, procura e per il gip Maria Carla Sacco che ha autorizzato i domiciliari per Di Fiore, si misura in 424 mila euro spariti e utilizzati per «fini personali».

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