«Intrappolato sotto la pioggia di bombe, sono un miracolato»

Il ricordo dell’artista Sarchiapone: a 92 anni non dimentico, quando mi liberarono dalle macerie corsi dalla mamma
PESCARA. «Rimasi svenuto per ore sotto le macerie. Mi salvò una trave, sotto la quale rimasi incastrato ma mi garantì aria per respirare. Quando rinvenni, ebbi paura di morire. Sentivo le urla disperate di chi era rimasto intrappolato come me, i soccorritori ci cercavano, alla fine era già buio quando mi tirarono fuori dai calcinacci, sanguinante ma vivo. Avevo solo 12 anni». Sono nitidi i ricordi di Irmo Sarchiapone, maestro incisore pescarese conosciuto come Mimmo, 92 anni: impossibile dimenticare il giorno in cui su Pescara piovvero bombe dal cielo, all’ora di pranzo. Ottanta anni dopo è come se il tempo si fosse fermato. «Ogni anno, tra agosto e settembre, festeggio un secondo compleanno. E quest’anno è ancora più importante perché nel luogo in cui rischiai di morire, in via Michelangelo, nascerà un museo che ospiterà le mie opere, 650 lastre incise». In occasione dell’anniversario dei bombardamenti su Pescara (maggio, 31 agosto, 27 e 30 settembre) ieri sera l’amministrazione comunale, con il sindaco Carlo Masci e il presidente del consiglio comunale, Marcello Antonelli, il prefetto Giancarlo Di Vincenzo, hanno deposto una corona d’alloro ai piedi della lapide posta sul muro scheggiato dagli ordini bellici della pinetina davanti alla stazione, per commemorare morti, feriti, mutilati e sfollati.
«Era una giornata calda», racconta Sarchiapone, ex studente dell’Acerbo, dipendente Api e Total in pensione, residente a Montesilvano con la moglie Anna Maria Fruttuoso e padre di Valentino (scomparso all’età di 20 anni nel 1977) e di Eleonora, «io indossavo una canottiera e un pantaloncino. Stavo giocando in via Pisacane, all’epoca Vicolo Quarto, nel cortile di casa. Una vicina, la signora Regina, mi chiese di accompagnarla in stazione, affollata da una moltitudine di persone arrivate anche da Cappelle e Montesilvano, per saccheggiare il treno pieno di derrate alimentari. Io avevo il compito di badare al carretto che lei avrebbe riempito di farina, zucchero e patate. All’improvviso, la devastazione. Udii il sibilo degli aerei che arrivavano dal mare. Erano le 13 passate del 14 settembre, come il 31 agosto quando le bombe cominciarono a piombare su Pescara. Furono in tutto cinque o sei minuti di terrore: la gente correva come impazzita, ricordo il sangue, la morte, i silenzi. Impossibile dimenticare. Mollai il carretto e scappai verso via Michelangelo dove c’era un sottopassaggio e delle casette dentro le quali cercai rifugio. Gli ordigni colpirono quelle abitazioni. Rimanemmo sotto le macerie, io e altre persone. Per molte ore, dall’una. Rimasi svenuto per chissà quanto tempo sotto il pilastro che mi aveva salvato la vita. Quando mi svegliai, non vedevo nulla. Ero piccolo, avevo paura. Ci ricacciarono al buio. Udivo la gente sepolta, spaventata, che si disperava e chiedeva aiuto. I soccorritori riuscirono ad estrarmi sanguinante ma vivo. Corsi, anzi volai verso casa, non so neppure io come riuscii ad arrivare, vicino alla fornace Forlani. Trovai mia mamma Eleonora Micozzi e papà Valentino, con tutto il vicinato in preda al panico, temevano di non rivedermi più. Successivamente sfollammo ai Colli Innamorati in casa dei nonni Alfonso e Rosalia Di Biase e poi a Spoltore. Quell’esperienza ha cambiato la mia vita, sono consapevole di essere un sopravvissuto. Ogni anno è una rinascita, ma non dimenticherò mai il fischio degli ordigni bellici che distruggevano Pescara».

