Invalida da 8 anni: penso solo a mia figlia

Federica, ex studentessa del Manthoné disabile dall’età di 15 anni dopo un incidente in motorino: sono una donna felice
PESCARA. Era un mercoledì pomeriggio d’inizio autunno, l’8 ottobre del 2008 quando Federica Falone , studentessa 15enne del Manthoné, usciva con l’amica in motorino senza neanche immaginare che con le sue gambe, a casa, non sarebbe più tornata.
Oggi Federica ha 23 anni e sta su una carrozzella dopo l’incidente che quel maledetto pomeriggio di ottobre le ha procurato una lesione midollare che purtroppo, nonostante un anno di interventi e riabilitazioni, le impedisce di camminare. Eppure, dopo quasi otto anni dall’incidente e dagli appelli dei familiari per rintracciare l’auto pirata che in via delle Fornaci tagliò la strada al motorino su cui viaggiavano le due ragazze, Federica è una donna serena e, soprattutto, una mamma felice.
«Mia figlia è un angelo», dice subito, «Sofia ha quasi due anni e capisce la situazione, non scappa, mi ascolta e dove vogliamo andare andiamo. Al parco, al mare, facciamo tutto. Io guido la macchina, metto a posto casa, vado a fare la spesa e quando posso esco con gli amici». È Sofia la sua forza, ma non solo. Perché, a sentire Federica, la forza se l’è data quasi subito. «All’inizio non pensavo che fossi così grave», racconta, «capivo tutto e non capivo niente. Dopo l’operazione, quando hanno visto che non si riattivava nessun movimento me l’hanno detto, “la situazione è questa, a camminare non ci torni”. Ho pianto, sono stata malissimo, ma in quell’ospedale dove stavo, al Niguarda di Milano, c’erano bambini di pochi anni che stavamo molto peggio di me, ero l’ultima che poteva lamentarsi». E così, dopo un anno di fermo, Federica torna a scuola, al Manthoné: «All’inizio è stato un trauma, è una situazione del tutto nuova, vedi che sopra quella sedia tutti ti guardano, ma mi hanno voluto un sacco di bene anche gli insegnanti, il preside». E una volta diplomata decide di continuare gli studi. «Sono andata a Roma, alla facoltà di Scienze statistiche e lì ho conosciuto il ragazzo che è poi diventato il padre di mia figlia. Rimasta incinta avevo difficoltà a seguire le lezioni e ho lasciato. Con il mio compagno mi sono trasferita nel suo paese, in provincia di Salerno. Ma il posto dove vivevamo non andava bene per me, lui non l’ha capito e alla fine sono tornata a Pescara. Ci siamo lasciati da qualche mese». Lo racconta senza rimpianti Federica, e con la stessa lucidità con cui racconta il giorno dell’incidente: «Abito ai Colli, e con Valeria, la mia amica di allora, dovevamo raggiungere casa del suo ragazzo a Zanni. Il motorino era mio, ma lei mi chiese “dai fammi guidare un po’” e io “dai guida tu”. Ma il tempo di fare la discesa e la mia vita è cambiata così, all’improvviso».
Dell’incidente ricorda una macchina nera che saliva in direzione opposta alla loro, in sella allo Scarabeo. «Lui è uscito dalla curva invadendo la nostra corsia, ci ha urtato leggermente spingendoci fuori strada. C’era un dislivello della strada, la ruota del motorino è finita lì in mezzo, il motorino si è impennato e siamo volate dalla corsia di destra a quella di sinistra, nel giardino di una casa». Un dramma che il conducente di quella macchina nera si lascia alle spalle e non affronta neanche quando, nei giorni successivi all’incidente, i familiari di Federica, l’unica delle due ferita gravemente, fanno un appello sul Centro per rintracciarlo. «Non è mai uscito nessuno», dice Federica, «ma ho avuto la fortuna di conoscere un avvocato eccezionale, grazie al quale mi è stato riconosciuto quello che mi aspettavo e sono soddisfattissima». Quanto all’amica di allora, come molti altri di quel periodo, Federica l’ha persa di vista. «Ho un carattere forte, ho fatto nuove amicizie e ho conosciuto l’amicizia vera. Come quella di Ilaria, una mia compagna di classe che è stata il mio angelo. E poi l’altra mia grande amica, conosciuta andando a ballare». Perché Federica, soprattutto prima che nascesse Sofia, oltre a fare nuoto agonistico, usciva spesso la sera. «Da subito ho fatto tutto, stadio compreso».
Un messaggio di forza che vacilla solo quando Federica passare in via delle Fornaci, peraltro rimessa completamente al nuovo dopo l suo terribile incidente: «Mi si ferma un po’ il cuore, mi viene un sospiro». Ma lì, quel giorno, una cosa l’ha imparata: «Allora avevo l’incoscienza dei 15 anni, adesso ho imparato che ognuno deve mantenere il controllo delle cose. Il motorino ad esempio: un conto se guidi tu, un conto se lo affidi a un altro. In un attimo ti può cambiare la vita e non puoi dare la colpa a nessuno. E per fortuna che quel giorno portavo il casco, mi ha salvato la vita». E infine: «La disabilità non vuol dire sofferenza, conta prima di tutto quello che sei». E poi: «Purtroppo con la lesione midollare mi sono giocata tutto. Ho recuperato sensibilità anche nella parte inferiore e ho messo parecchia massa muscolare, ma non posso aspettarmi altri miglioramenti. Certo aspetto la ricerca, le cellule staminali sono in fase sperimentale e ci spero. Però non è il mio punto principale. Non ho mai pensato è finita. E adesso più che mai penso solo a mia figlia».
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