«Io a Minneapolis tra proteste, violenza e puzza di bruciato»

7 Giugno 2020

Viola D’Ambrosio, violinista, vive nella città sconvolta dalla rivolta dopo l’uccisione dell’afroamericano Floyd

PESCARA. Può succedere, almeno una volta nella vita, di trovarsi al centro della Storia, quella con la “S” maiuscola. Di trovarsi dentro immagini che fanno il giro del mondo, testimoni diretti di eventi più grandi di noi. È quello che sta capitando in questi giorni a Viola D’Ambrosio, 34 anni, una laurea in storia e una in violino, volata da Montesilvano a Minneapolis per inseguire un amore viscerale, quello per la cultura.
Da quattro anni si trova nelle “Twin Cities”, come è chiamata l’area metropolitana delle confinanti città di Saint Paul e Minneapolis. L’autunno scorso ha conseguito un master in arte manageriale, e ora immagina un futuro qui. A marzo, il primo stop per l’emergenza Covid e poi il terremoto, come lo definisce lei. Il “terremoto” è l’omicidio di George Floyd per mano di un agente della polizia, omicidio ripreso in un video rimbalzato in tutto il mondo.
«Abbiamo visto il video martedì, il giorno dopo l’omicidio», racconta Viola. «La brutalità della polizia è nota e dura da decenni. Di diverso, questa volta, c’è che è avvenuta in una città come Minneapolis, un faro per i diritti civili, e questo ha sconvolto l’America». Nella notte sono scoppiate le prime, violentissime rivolte. «Non dormivo per le sirene, il rumore delle bombe lacrimogene, la puzza di bruciato», prosegue. «Sembrava di stare in guerra. La mattina dopo sono uscita e ho trovato il caos totale. La polizia non era intervenuta, per paura di far degenerare ancora di più la situazione, così la città è stata saccheggiata, centinaia di negozi danneggiati, locali bruciati».
Ora, la città sembra sopravvissuta a un bombardamento: i negozi sono chiusi e sigillati con tavole di compensato, i ristoranti che si stavano organizzando per riaprire dopo il fermo Covid, hanno richiuso i battenti. Chiuse anche la farmacie, ci sono problemi a reperire medicinali.
«Sono uscita, dopo le prime proteste, per cercare del cibo. Ho trovato l’esercito che controllava la strada», prosegue Viola. «Da venerdì scorso c’è il coprifuoco: inizialmente dalle 20.00 alle 6.00, ora dalle 22.00 alle 4.00 di mattino. Il mio stesso palazzo è stato chiuso con tavole di compensato».
Ma le tensioni lentamente si vanno sciogliendo: il poliziotto che per 8 minuti e 46 secondi ha premuto il ginocchio sulla gola di George Floyd, soffocandolo, è ora accusato di omicidio volontario, cosa mai accaduta prima. I tre agenti che erano con lui sono stati arrestati per complicità. Si sgretola così quel guscio di impunità che in passato aveva sempre protetto le forze dell’ordine dalle accuse di brutalità nei confronti dei cittadini di colore.
«Non è mai accaduto prima», osserva Viola, «che la polizia si unisse ai manifestanti nelle strade. Io li ho visti pregare insieme e chiedere perdono. Di solito, è un muro autoritario e compatto quello che difende gli agenti che si macchiano di violenze». E racconta delle università, dei musei, delle scuole che in blocco rescindono i contratti con la polizia. «Il governatore stesso ha fatto causa contro il dipartimento di polizia».
Le strade della città continuano a essere teatro di proteste, con fiumi di persone che sfilano pacificamente. Una protesta dai due volti: quella pacata della maggioranza che reclama giustizia e quella violenta fomentata da gruppi e organizzazioni di estrema sinistra, suprematisti bianchi, gang, provocatori e saccheggiatori di professione. «Gli Stati Uniti sono una contraddizione», dice ancora Viola, «la situazione non è mai bianca o nera. Quella di Minneapolis è una società progressista, ci sono più teatri e musei per abitante che a New York. Ma allo stesso tempo, c’è un razzismo strisciante e nascosto. Ora la comunità si è unita in un reazione forte: una catena umana che emoziona e dà speranza».
Basta guardare le immagini delle proteste: anziani, giovani, bianchi, neri, famiglie con i figli, tutti in strada in un misto di speranza e rabbia.
«Ho avuto paura», ammette la giovane musicista, «ma ora intravvedo segnali di speranza. Minneapolis è una realtà speciale dal punto di vista culturale, qui ho imparato moltissimo. È l’amore per l’arte a spingere la città».
Così resta divisa, Viola, tra l’Abruzzo e il Minnesota, tra l’amore per la sua terra e l’aspirazione alla bellezza che a Minneapolis sembra muovere tutto. «Capisco che in Italia, con l’immenso patrimonio che c’è, è difficile gestire le cose. Ma potremmo avere una forza unica, dobbiamo usare uno sguardo innovativo per creare qualcosa di diverso. Questo ho imparato qui».©RIPRODUZIONE RISERVATA