«Io, malata di Covid, e senza più il lavoro»

Colonnella, la 49enne addetta di un supermercato: mi avevano garantito il contratto definitivo
COLONNELLA. «La mia vita è in balìa del Covid nell’indifferenza generale». Con queste parole Nada Cava, 49 anni, racconta il suo isolamento domiciliare in una infinita odissea fatta da diciannove tamponi e oltre 170 giorni di isolamento domiciliare rinchiusa nel suo appartamento in contrada San Giovanni di Colonnella.
«Una situazione che sta peggiorando sempre più e che ha toccato il lavoro e i valori della vita». Nada racconta al Corriere.it di essere stata licenziata dal supermercato dove lavorava come banconista – molto probabilmente in quel posto di lavoro era stata contagiata – e dove aveva avuto la promessa che ad agosto il contratto sarebbe passato da determinato a indeterminato. Ma allo stesso tempo il titolare di un altro supermarket, dopo essere venuto a conoscenza della sua storia, le ha offerto lavoro sempre come banconista con inizio ai primi di settembre. Il perdurare della positività, però, potrebbe far saltare questa opportunità.
Una situazione che rasenta l’incredibile e che le è costata anche l’impossibilità di rendere l’ultimo omaggio e di partecipare al funerale della madre, morta in Germania a fine luglio e al matrimonio della figlia Giuliana, sia nel rito civile nel municipio di Colonnella che in quello religioso, lo scorso 20 agosto in Tunisia. Problemi anche per l’abitazione dove vive con il rischio dello sfratto. Tutte situazioni che «mi stanno trascinando verso la depressione».
L’ODISSEA
Tutto inizia il 13 marzo scorso con la sua positività al Covid. Due ricoveri, undici giorni all’ospedale Mazzini di Teramo e dieci al Covid di Atri, e ben diciannove tamponi. Dopo i primi tredici sempre positivi era arrivato il primo negativo che aveva fatto sperare che l’invisibile virus avesse abbandonato il suo corpo. Bastava un altro tampone negativo per tornare alla normalità e invece ne è seguito uno dubbio che ha congelato la felicità fino al tampone del 29 luglio con il responso di positività. Positività che è rimasta negli altri cinque tamponi effettuati.
«La mia vita», commentava la Cava a inizio agosto, «è una clausura forzata senza risposte e con tanti interrogativi. Ho perso valori importanti: un abbraccio e una carezza delle persone più care.
Un lungo periodo che mi sta portando all’impazzimento potendo salutare i miei parenti solo dalla finestra, prendere le provviste ed i medicinali davanti al portone d’ingresso dell’appartamento e vedendo e parlando solo con il personale Asl che viene a fare tamponi e analisi».
LE LUNGHE GIORNATE
Solo il telefono, la televisione e il computer per trascorrere la giornata, ore lunghissime e notti insonni. «Unici compagni di questo incubo», aggiunge, «i due gattini che ho in casa con cui sono arrivata a sfogarmi cercando di capire nei loro miagolii possibili risposte. Devo dire un grazie al medico di famiglia che mi ha sopportato e supportato chiamandomi al telefono ogni giorno per darmi conforto e cercare insieme le linee da seguire per uscire dal buio di questo tunnel».
La donna, aiutata dal medico di famiglia, ha cercato di ottenere una cura antivirale anche fatta a casa sotto osservazione della Asl. «Inutili i tentativi finora fatti, nessuna risposta», ci confessa la donna. «Da molto tempo non ho più sintomi e la febbre è scomparsa da oltre quattro mesi ma sembra che il virus abbia messo casa nel mio corpo. All’ospedale di Atri ho fatto anche il virologico e mi avevano detto che era difficile che potessi trasmettere il contagio. Ma la situazione non è mai cambiata».
Ora, dopo diversi tentativi per cercare di risolvere la situazione con la cura del plasma, era stato contattato anche lo Spallanzani di Roma per tale cura, rifiutata in quanto vi potevano accedere solo pazienti in pericolo di vita, si è aperta la speranza di fare lo stesso trattamento all’ospedale di Pescara. Un primo ricovero in day hospital è stato fatto ma solo per viste mediche e analisi ma nessuna altra risposta. Ora si aspettano risposte da un altro ricovero all’ospedale pescarese già programmato. «Spero che la mia richiesta della cura del plasma (anticorpi utili a combattere il virus sotto forma di plasma prelevati da malati guariti ndc) venga accettata visto che non ho più forze per continuare a combattere questa battaglia».
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