Jennifer, compleanno di dolore «Carcere a vita a chi l’ha uccisa»

La madre Fabiola e il fratello Jonathan ricordano la giovane che oggi avrebbe compiuto 31 anni «Non va reinserito nella società chi agisce così. Ma Comune e istituzioni si sono dimenticati di lei»
PESCARA. Oggi sarebbe stato un giorno di festa, «una grande festa». Perché Jennifer «amava la vita, voleva viaggiare, sposarsi. Era il nostro ciclone, la amavano in tanti». Ma Jennifer Sterlecchini, che oggi avrebbe compiuto 31 anni, non c'è più. L'ha uccisa il suo ex fidanzato e convivente Davide Troilo, il 2 dicembre 2016 quando la giovane commessa aveva solo 26 anni e una vita intera davanti. E così oggi sua madre Fabiola e il fratello Jonathan andranno a «trovarla al cimitero, per portarle dei palloncini».
Tra poco più di un mese, invece, il 17 marzo, li attende un passaggio giudiziario importante e cioè l'udienza di fronte alla Corte d'Assise d'appello di Perugia chiamata a quantificare la condanna di Troilo che potrebbe passare da 30 anni a 16. Un momento clou per la madre e il fratello della vittima che sperano «in una giustizia giusta», queste le loro parole, ma sono «sfiduciati» perché «comunque Jennifer non c'è più». E la loro speranza di giustizia riguarda anche altri casi, altre vittime, altre famiglie.
Che cosa pensate di fronte a tante violenze nei confronti delle donne, ormai all'ordine del giorno?
«Se non si fa qualcosa di concreto, non se ne uscirà mai. Come prima cosa bisogna educare alla non violenza, uomini e donne. E poi, quando si commettono crimini efferati, non si può pensare a una redenzione del colpevole e neppure al reinserimento nella società. Una persona che riesce a fare quello che ha fatto lui», Davide Troilo, «e che fanno anche altri, non può essere reinserita nella società. Ha sbagliato, deve pagare: ma non ha rubato caramelle, ha ucciso una persona. E con lei i familiari e gli amici. Non c'è rimedio né giustificazione, in casi come questo. Se non si può parlare di pena di morte, allora si può dire che per noi deve rimanere in carcere a vita, lavorare lì dentro, redimersi lì. Ma non possono dirci che tra 12 o 13 anni lo incontreremo per strada. Non accettiamo la scarcerazione, perché poi passa il messaggio che esiste il diritto di uccidere.
Da Troilo non avete mai avuto alcun segnale?
No, nessuno, a parte una lettera, per noi finta, che è stata letta in aula, in Tribunale. Ma non vogliamo parlare con lui. Non c'è niente che ci possa spiegare e che possiamo capire. Non esiste al mondo un motivo per uccidere una persona.
Voi che lo conoscevate, che pensavate di lui?
«Che fosse un bravo ragazzo, certo molto introverso, ma non si è mai mostrato violento. Era anche molto innamorato, ma nell'ultimo periodo era impazzito di gelosia, il suo era diventato un amore malato. Jennifer ci diceva che la pedinava, però non aveva paura perché non c'erano mai state delle manifestazioni fisiche di violenza. Non si poteva immaginare che arrivasse a tanto. Molto spesso per difendere chi uccide le donne si ricorre alla tesi che non sono sane di mente, ma non è accettabile. Nel 98% dei casi sono persone che non riescono a gestire i sentimenti e usano la violenza perché non possono fare altro.
Oggi, dopo più di quattro anni, come state?
«Quello che ci fa stare male non è quello che abbiamo, ma quello che ci manca. Non ci sappiamo dare una spiegazione per quello che è successo. E pensiamo a lei ogni secondo della nostra vita, sperando che ci sia vicino e che ci aiuti.
Che cosa vi aspettereste?
«Abbiamo notato che il nostro Comune (che si è costituito parte civile), le istituzioni, non fanno niente. Altrove le vittime di violenza sono state ricordate con una targa, come abbiamo saputo dalle famiglie con cui siamo in contatto. Perché, allora, non si pensa a ricordare Jennifer, Monia Di Domenico e Anna Carlini, uccise qui in Abruzzo? Lo chiediamo per la dignità delle nostre figlie, che avevano il diritto di vivere. Non lo chiediamo per noi familiari. E dopo gli ultimi omicidi ci auguriamo che chi sa parli, quando ci si trova di fronte un uomo violento, perché potrebbe salvare delle vite, e lo abbiamo visto anche negli ultimi giorni. Per quanto ci riguarda continuiamo l'opera di sensibilizzazione contro la violenza».
Fabiola ha avviato degli incontri nelle scuole, prima del Covid, e ha anche partecipato a un convegno a Matera.

