Jennifer, confermati 30 anni all’assassino

1 Luglio 2021

Nessuno sconto di pena per Davide Troilo: riconosciuta l’aggravante dei futili motivi. Il legale: torneremo in Cassazione

PESCARA. Davide Troilo, l’omicida di Jennifer Sterlecchini, dovrà scontare 30 anni di carcere.
Ieri la Corte d’Assise d’Appello di Perugia ha confermato per l’assassino della 26enne pescarese la sussistenza dell’aggravante dei futili motivi e, quindi, la condanna a 30 anni di reclusione. Nessuno sconto di pena, dunque, per Troilo, che il 2 dicembre 2016 uccise l’ex fidanzata con 17 coltellate. La vicenda giudiziaria è approdata davanti ai giudici umbri dopo che lo scorso settembre la Cassazione aveva annullato con rinvio, in relazione all’aggravante dei futili motivi, la sentenza di secondo grado della Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila- datata 14 marzo 2019 - che aveva confermato per Troilo la pena a 30 anni di reclusione emessa con il rito abbreviato nel 2018 dal gup del Tribunale di Pescara, Nicola Colantonio.
A fare ricorso alla Suprema Corte era stato il difensore dell’omicida, l’avvocato Giancarlo De Marco che, tra le altre cose, aveva puntato la sua difesa sostenendo l’insussistenza dell’aggravante dei futili motivi. I giudici di piazza Cavour, ritenendo non ben definita l’aggravante contestata all’imputato, avevano disposto un nuovo processo davanti alla Corte di Perugia, che doveva appunto stabilire la sussistenza o meno dell’aggravante dei futili motivi e, nel caso, motivarla congruamente. Ieri, alle 13, è arrivato il verdetto dei giudici umbri: Troilo è colpevole di omicidio volontario aggravato dai futili motivi.
L’avvocato De Marco ha già annunciato che farà di nuovo ricorso alla Suprema Corte: «Hanno disatteso totalmente quello che ha detto la Cassazione», afferma il legale dell’omicida, riferendosi alla decisione della Corte d’Appello di Perugia, «per cui tornerò in Cassazione e sono convinto che ce la faremo».
Jennifer, giovane donna dal sorriso contagioso e con il sogno di andare in Spagna, venne uccisa dall’ex nella casa di via Acquatorbida, a Pescara, dove i due avevano vissuto. La relazione era finita e quella mattina di quattro anni e mezzo fa la ragazza tornò in quell'appartamento solo per riprendere le ultime cose e trasferirsi definitivamente in casa della madre, che la stava aspettando in strada insieme a un’amica. Ma il suo assassino non le permise di andare via e la colpì con 17 coltellate, dietro la porta di ingresso chiusa a chiave, uccidendola. La mamma e l’amica non poterono far altro che ascoltare impotenti le urla di Jennifer e le sue ultime parole: «Aiuto, mamma, mi sta ammazzando».
Senza i futili motivi la condanna sarebbe stata quasi dimezzata e, quindi, c’era molta attesa ed emozione tra i familiari della vittima - parte civile nel processo e rappresentati dall’avvocato Rossella Gasbarri - per la decisione dei giudici umbri.
Tanti i messaggi di affetto apparsi prima e dopo la sentenza sulla bacheca Facebook della madre della giovane uccisa, Fabiola Bacci, e del fratello, Jonathan Sterlecchini: “Finalmente giustizia è fatta”; “Trenta anni non sono pochi, ma non abbastanza per un assassino”, commentano gli amici. E ancora: «Oggi la tua presenza é più forte che mai amica mia. Oggi, ognuno di noi é Jennifer più di quanto lo sia stato in questi lunghi e difficili anni trascorsi senza di te. Ti abbiamo amato, ti amiamo e ti continueremo ad amare ogni giorno sempre di più! Il 30 giugno 2021, da questo momento in poi, rappresenterà la rinascita, la vita che ha vinto sulla morte fisica, terrena. La Corte d'Assise di Perugia, riconfermando la pena di 30 anni a chi ha avuto la vile presunzione di decidere della tua esistenza, ha dato un segnale importante di giustizia in un Paese dove sembrava impossibile che ciò accadesse come naturale conseguenza di determinate azioni e situazioni».
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