Jennifer, l’omicida torna in aula Obiettivo: dimezzare la pena

20 Febbraio 2019

Fissato al 14 marzo il processo di secondo grado a carico di Davide Troilo, condannato a 30 anni La difesa dell’ex fidanzato punta a far cadere l’aggravante dei futili motivi e a ottenere le attenuanti

PESCARA. È stato fissato al 14 marzo prossimo, davanti alla Corte d’assise d’appello dell’Aquila, il processo di secondo grado a carico di Davide Troilo, l’uomo condannato a 30 anni di reclusione per l’omicidio della ex fidanzata Jennifer Sterlecchini. Un delitto assurdo, maturato fra le mura dell’abitazione dell'imputato quel maledetto giorno del 2 dicembre 2016 quando la vittima, in compagnia della madre e di un’amica, si era recata nell’abitazione dell’ex con il quale aveva convissuto, per ritirare i suoi effetti personali. La povera Jennifer, 26 anni, venne uccisa con diciassette coltellate, e quando gli investigatori riuscirono a entrare nell’appartamento si trovarono di fronte una scena raccapricciante: la vittima, a terra, sanguinante, e al suo fianco Troilo, anche lui ferito. L’imputato, assistito dall’avvocato Giancarlo De Marco, venne giudicato con il rito abbreviato dal gup Nicola Colantonio che gli contestò sia la premeditazione sia i futili motivi. Da qui la condanna a 30 anni visto che, pur con la riduzione di un terzo della pena, si partiva dall’ergastolo.
Adesso la discussione in appello verterà proprio su questo determinante aspetto dell’aggravante dei futili motivi. La difesa cercherà di far cadere questa aggravante, per riuscire a ottenere una consistente riduzione della pena. È questo il punto centrale del processo che dovrà discutersi in appello: senza i futili motivi la pena base partirebbe da 30 anni e con la diminuente del rito abbreviato, la pena conclusiva dovrebbe assestarsi intorno ai 16 anni di reclusione. In più, la difesa cercherà anche di strappare alla Corte il riconoscimento delle attenuanti generiche che potrebbero ulteriormente abbassare la pena finale.
Nell’appello l’avvocato De Marco aveva infatti evidenziato come il gup, in sentenza, individuò il movente nella mancata restituzione di un tablet, mentre nell’imputazione si contestava a Troilo di aver ucciso Jennifer per non aver sopportato la fine della loro relazione sentimentale. Il delitto, come detto, si verificò nell’abitazione di Troilo in via Acquatorbida, dove la coppia per un certo periodo aveva convissuto. Rotta la relazione e abbandonata la casa, Jennifer si decise a tornarvi per recuperare le sue cose personali e, per farlo, si fece accompagnare dalla madre e da un’amica. Tutto sembrava svolgersi in un clima di tranquillità. Jennifer stava facendo una serie di viaggi dalla casa all’autovettura per caricare i suoi effetti personali che erano rimasti in casa. E fu proprio in uno di questi viaggi, mentre madre e amica si trovavano vicino all’auto, che la porta di casa si chiuse all’improvviso dietro le spalle della ignara vittima.
Madre e amica non poterono far nulla se non assistere impotenti alle grida di Jennifer rimasta dentro casa con il suo ex che l’accoltellava. Il giudice nella sentenza scrisse che Jennifer «venne aggredita in maniera subdola ed improvvisa», colpita ripetutamente «con inaudita violenza», senza avere avuto «neppure il tempo per provare a porre in essere un’azione concreta di difesa». E sempre il giudice definì Troilo «un soggetto assolutamente privo di autocontrollo, che è stato capace di porre in essere una condotta violenta, efferata, adducendo motivi futili e banali, in danno di una persona inerme e indifesa».
L’avvocato De Marco ha già annunciato nel ricorso la richiesta di una seconda perizia psichiatrica per il suo assistito.
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