Jennifer, ricorso in Cassazione: l’assassino vuole lo sconto di pena

Troilo chiede che venga annullata la condanna a 30 anni di reclusione emessa dai giudici aquilani La difesa vuole una nuova perizia psichiatrica e la cancellazione dell’aggravante dei futili motivi
PESCARA. Sarà la Cassazione, l’8 aprile, a definire l'ultimo capitolo della vicenda giudiziaria sulla morte di Jennifer Sterlecchini, la 26enne uccisa con 17 coltellate la mattina del 2 dicembre 2016 dal suo ex fidanzato, Davide Troilo, ascensorista di 35 anni. Troilo il 24 gennaio del 2018 era stato condannato, tramite rito abbreviato, dal gup del tribunale di Pescara, Nicola Colantonio, a 30 anni di reclusione per omicidio volontario, aggravato dai futili motivi. Condanna poi confermata il 14 marzo scorso dalla Corte d’Assise d'appello dell'Aquila.
A fare ricorso ai giudici di piazza Cavour contro la conferma della sentenza emessa dal giudice di prime cure, è stato il difensore del 35enne, l’avvocato Giancarlo De Marco, che pone all'attenzione della Suprema Corte questioni già sollevate in appello. Il ricorso ai giudici romani ruota attorno a tre punti: l’insussistenza dell'aggravante dei futili motivi, la mancata concessione delle attenuanti generiche e il mancato accoglimento della richiesta di una nuova perizia psichiatrica sulla capacità di intendere e volere di Troilo.
La difesa invoca, come già in secondo grado, l'insussistenza giuridica dell'aggravante dei futili motivi e pone nuovamente l'accento sul fatto che nella sentenza il gup ha cambiato il fatto storico a fondamento dell'aggravante: nell'imputazione si contesta a Troilo di aver ucciso Jennifer per non aver sopportato la fine della loro relazione sentimentale, mentre nella sentenza il movente viene individuato nella mancata restituzione di un tablet. La modifica del movente avrebbe pertanto comportato, secondo la linea difensiva, la violazione del diritto di difesa, sancito anche dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. L'impossibilità di identificare con certezza il movente, secondo la difesa, determinerebbe l'insussistenza dell'aggravante.
I giudici aquilani, però, nelle motivazioni hanno messo nero su bianco che «non può non rilevarsi che la riferibilità della condotta omicidiaria alla mancata restituzione del tablet è desumibile dalle dichiarazioni dello stesso imputato, sul punto reiterate e sostanzialmente concordanti». Di parere opposto la difesa, che nel ricorso sottolinea che le dichiarazioni del 35enne sono state rese in condizioni di stress e shock per l'accaduto e che dai messaggi scambiati con la vittima si deduce che la ragazza era pronta a restituire il tablet dopo aver scaricato le sue foto.
E inoltre sostiene che Troilo non dice mai che il motivo sia stato il tablet. La difesa punta tutto sull'insussistenza dell'aggravante: senza i futili motivi e con la diminuente del rito abbreviato, la pena infatti potrebbe essere quasi dimezzata. Sul mancato accoglimento della richiesta di una nuova perizia, la difesa stigmatizza che la perizia del consulente del gip è fondata su opinioni personali. Sulla mancata concessione delle attenuanti generiche lamenta invece un difetto di motivazione. La Cassazione dovrà pronunciarsi sugli aspetti più strettamente tecnici e di legittimità della sentenza di secondo grado. Jennifer, giovane donna con il sogno di andare in Spagna, fu uccisa con "inaudita violenza" dall'uomo che diceva di amarla. La relazione si era interrotta e Jennifer quella mattina tornò nell’appartamento solo per riprendere le ultime cose e trasferirsi a casa della madre. Ma Troilo non le permise di andare via e la colpì con 17 coltellate, dietro la porta di ingresso chiusa a chiave, uccidendola.

