Kristina sarà mamma in Abruzzo È scampata alla strage del teatro

In auto da Mariupol a Pineto: le altre donne incinte sono morte tra le macerie, lei invece ce l’ha fatta Il racconto di un incubo: la mia casa distrutta dai bombardamenti, ma mio figlio nascerà qui al sicuro
Kristina Antoniienko ha solo 28 anni, a fine settembre nascerà il suo primo figlio ma per portarlo in salvo ha dovuto compiere un mezzo miracolo. È fuggita dalla città ucraina di Mariupol, evitando per un pelo la strage del teatro raso al suolo dalle bombe dei russi. Qquando riporta la mente ai primi istanti della sua odissea, che l’ha costretta a rifugiarsi in un hotel di Pineto, scoppia in lacrime al telefono. «Ho scoperto di essere incinta a febbraio», spiega Kristina in perfetto italiano, che ha imparato a Siena nel corso di una vacanza-studio 10 anni fa, «ero felice, non avrei mai immaginato che poi sarebbe accaduta una simile tragedia». Quando i russi hanno invaso l’Ucraina e assediato Mariupol, la sua vita si è trasformata in un incubo. È sopravvissuta per due settimane in una stanza di quattro metri. Per puro miracolo non si è ritrovata all’interno del teatro di Mariupol, quando i russi lo hanno raso al suolo facendo una strage di donne incinte come lei. E quando le chiediamo che fine abbia fatto suo marito, la sua voce si interrompe ancora e preferisce non rispondere.
L’INIZIO DI UN INCUBO
Kristina è originaria di Mariupol, conosce l’Italia ma non parlava la nostra lingua da dieci anni. Eppure la potenza degli avvenimenti che racconta diventa più forte di qualunque barriera linguistica. Dalla mattina del 24 febbraio, quando i russi hanno fatto scattare l’invasione dell’Ucraina, la sua vita è stata stravolta. Mariupol è assediata sin dalle prime fasi del conflitto. Kristina, inizialmente, aveva scelto di spostarsi in un paese vicino insieme ad alcuni parenti. Ma i bombardamenti la costringono a cambiare riparo ogni 48 ore. Si è rifugiata persino nei sotterranei di una stazione di polizia, perché ogni spazio vivibile era occupato da altri disperati in cerca di riparo. Era super affollato anche il teatro di Mariupol, divenuto celebre per la strage compiuta dai russi. Nei sotterranei di quella struttura c’erano tantissime donne incinte a cui i medici stavano assicurando le cure necessarie. Per molte di loro non c’è stato scampo dopo i bombardamenti. Quel teatro è diventato l’icona dei crimini russi, prima che saltassero fuori i cadaveri martoriati lungo le strade di Bucha.
SENZA CIBO NÉ ACQUA
Dopo aver scampato la strage del teatro, Kristina trova riparo al sesto piano del palazzo dove vivono i suoi genitori. C’è una stanzetta di pochi metri quadri in cui si rifugiano in dieci, lei compresa. La sua esistenza si fa lentamente invivibile mentre i russi accerchiano la città e tagliano tutti i rifornimenti dall’esterno: «Dal 2 marzo non avevamo più acqua, gas e luce nelle nostre case», racconta Kristina, «e potevamo uscire all’aria aperta solo un paio d’ore al giorno per riscaldare dell’acqua o accendere un fuoco: la sorella di mio marito ha un bambino di 1 anno e mezzo e dovevamo uscire spesso per non farlo morire».
FUGA DA MARIUPOL
L’odissea di Kristina nell’inferno di Mariupol dura quasi dieci giorni: «Avevo perso ogni tipo di speranza, non credevo che ne saremmo usciti vivi e che ci sarebbe stata la possibilità di ricominciare», spiega al telefono, mentre i singhiozzi e le lacrime interrompono continuamente il suo racconto. Lei e i suoi parenti sono fuggiti sfruttando i primi corridoi umanitari aperti intorno all’11 marzo. «Prima di lasciarci andare, i russi ci perquisivano: controllavano le nostre valigie per vedere se avevamo armi o gioielli e ci controllavano anche i telefoni. Siamo stati costretti a cancellare qualunque cosa testimoniasse i loro orrori». Quattro giorni di macchina fino in Polonia, poi l’incontro con un’amica ucraina che vive a Pineto da tanti anni e la porta in salvo in Abruzzo. Una luce di speranza che ha ridato a Kristina la forza di andare avanti: «A Pineto sto benissimo, mi hanno anche portato in visita all’ospedale di Atri (era il primo controllo dopo due mesi, ndr) e mio figlio per fortuna sta bene. Non so ancora se sia maschio o femmina, ma sarei contenta se nascesse in Abruzzo. Anche perché la mia casa ormai non esiste più».
L’INIZIO DI UN INCUBO
Kristina è originaria di Mariupol, conosce l’Italia ma non parlava la nostra lingua da dieci anni. Eppure la potenza degli avvenimenti che racconta diventa più forte di qualunque barriera linguistica. Dalla mattina del 24 febbraio, quando i russi hanno fatto scattare l’invasione dell’Ucraina, la sua vita è stata stravolta. Mariupol è assediata sin dalle prime fasi del conflitto. Kristina, inizialmente, aveva scelto di spostarsi in un paese vicino insieme ad alcuni parenti. Ma i bombardamenti la costringono a cambiare riparo ogni 48 ore. Si è rifugiata persino nei sotterranei di una stazione di polizia, perché ogni spazio vivibile era occupato da altri disperati in cerca di riparo. Era super affollato anche il teatro di Mariupol, divenuto celebre per la strage compiuta dai russi. Nei sotterranei di quella struttura c’erano tantissime donne incinte a cui i medici stavano assicurando le cure necessarie. Per molte di loro non c’è stato scampo dopo i bombardamenti. Quel teatro è diventato l’icona dei crimini russi, prima che saltassero fuori i cadaveri martoriati lungo le strade di Bucha.
SENZA CIBO NÉ ACQUA
Dopo aver scampato la strage del teatro, Kristina trova riparo al sesto piano del palazzo dove vivono i suoi genitori. C’è una stanzetta di pochi metri quadri in cui si rifugiano in dieci, lei compresa. La sua esistenza si fa lentamente invivibile mentre i russi accerchiano la città e tagliano tutti i rifornimenti dall’esterno: «Dal 2 marzo non avevamo più acqua, gas e luce nelle nostre case», racconta Kristina, «e potevamo uscire all’aria aperta solo un paio d’ore al giorno per riscaldare dell’acqua o accendere un fuoco: la sorella di mio marito ha un bambino di 1 anno e mezzo e dovevamo uscire spesso per non farlo morire».
FUGA DA MARIUPOL
L’odissea di Kristina nell’inferno di Mariupol dura quasi dieci giorni: «Avevo perso ogni tipo di speranza, non credevo che ne saremmo usciti vivi e che ci sarebbe stata la possibilità di ricominciare», spiega al telefono, mentre i singhiozzi e le lacrime interrompono continuamente il suo racconto. Lei e i suoi parenti sono fuggiti sfruttando i primi corridoi umanitari aperti intorno all’11 marzo. «Prima di lasciarci andare, i russi ci perquisivano: controllavano le nostre valigie per vedere se avevamo armi o gioielli e ci controllavano anche i telefoni. Siamo stati costretti a cancellare qualunque cosa testimoniasse i loro orrori». Quattro giorni di macchina fino in Polonia, poi l’incontro con un’amica ucraina che vive a Pineto da tanti anni e la porta in salvo in Abruzzo. Una luce di speranza che ha ridato a Kristina la forza di andare avanti: «A Pineto sto benissimo, mi hanno anche portato in visita all’ospedale di Atri (era il primo controllo dopo due mesi, ndr) e mio figlio per fortuna sta bene. Non so ancora se sia maschio o femmina, ma sarei contenta se nascesse in Abruzzo. Anche perché la mia casa ormai non esiste più».

