L’8 marzo e la guerra: noi ucraine in prima linea

8 Marzo 2022

Il racconto dalle città della nostra regione: «Abbiamo i familiari sotto le bombe» «Molte donne aiutano i soldati, nascondono le armi e preparano cibo per il fronte»

Elisa, Mariya, Kalyna e Luba. Quattro donne ucraine, ciascuna con una storia alle spalle. E la terra d'origine nel cuore: là dove infuriano i combattimenti, dove il pane scarseggia e i palazzi vengono giù sgretolati dalle bombe. In Italia hanno trovato una loro dimensione, ma il conflitto in Ucraina ha acuito la nostalgia di un Paese dove sono proprio le donne a combattere, con tenacia, al fianco di mariti e fratelli. Dove l'8 marzo, festa nazionale, è da sempre sinonimo di profondo rispetto, gratitudine e amore.
DONNE- SOLDATO
«In Ucraina l'8 marzo è una festa molto sentita», dice Elisa Pokhytun, 45 anni, in Italia da 23 anni per lavoro. Oggi residente a Civitaquana. «Lo era anche quando eravamo sotto il controllo dell'Unione Sovietica», afferma, «con la guerra in atto, moltissime donne si sono rese disponibili per difendere il Paese e non hanno abbandonato il territorio. Alcune sono impegnate persino nelle operazioni militari, per aiutare i soldati sul campo. Sono andate via solo quelle che avevano bambini piccoli». Nel racconto traspare, evidente, la gratitudine per il popolo italiano e per quanti stanno fornendo aiuto e sostegno. «Questa situazione», afferma Elisa, «non è solo un problema dell'Ucraina. Tutta l'Europa dipende troppo dalla Russia, anche economicamente; non è con gli aiuti umanitari, che pure in questo momento sono indispensabili, che si vincerà la guerra. Dopo l'invasione della Russia all'Ucraina, nessun Paese può dirsi al sicuro».
RUOLO FONDAMENTALE
«Le donne ucraine sono forti. Stanno dando un aiuto importante, il loro ruolo è fondamentale nella difesa contro l'attacco della Russia». Mariya Babyuik, 45 anni, vive e lavora a Montesilvano. È in Abruzzo da tredici anni. «Il supporto che stanno fornendo ai soldati le donne ucraine è davvero importante», sottolinea, «preparano le bottiglie molotov per fermare l'avanzata dei carri armati russi, aiutano le truppe ucraine a nascondere le armi, preparano cibo e bevande calde da inviare al fronte». Mariya ha un doppio motivo per festeggiare l'8 marzo: due giorni fa sono arrivati in Italia il figlio di 26 anni e due nipotine di 1 e 4 anni. «Il momento in cui li ho potuti riabbracciare è stato indimenticabile», dice con un velo di commozione, «ma mio marito e mia madre sono rimasti lì, non andranno via, fino alla fine. Le donne ucraine possiedono una grande forza di volontà, non si arrendono e anche in questa triste guerra che sta seminando terrore e morte, non vogliono cedere. Vogliamo vincere ed essere liberi di poter vivere la nostra esistenza senza condizionamenti».
LOTTA PER LA LIBERTà
C'è anche chi, come Kalyna Saòyak, 33 anni, ha scelto l'Italia per formarsi una famiglia. Kalyna vive a Montesilvano ed ha due bambini, il più piccolo di appena 5 mesi. Il suo concetto di festa della donna è semplice, ma denso di significato. Lo riassume così. «Forza e coraggio», afferma, «le donne ucraine stanno combattendo senza risparmiarsi. Persino miss Ucraina è sul fronte e imbraccia un fucile. Stiamo lottando per la libertà al pari degli uomini: tante mamme hanno mandato i loro bimbi all'estero, da zie e altri parenti, per restare a combattere insieme ai mariti. Il senso della festa della donna è proprio in questo coraggio, è un modo per celebrare con riconoscenza il ruolo delle donne che, in Ucraina, lavorano e sono molto impegnate anche grazie ai tanti servizi offerti per i bambini. Asili nido e scuole, ad esempio, sono sempre aperti fino a sera. Mi auguro che la guerra finisca presto», aggiunge, «un conflitto come questo porta con sé morte e sofferenza, soprattutto per le donne e le mamme».
SITUAZIONE DRAMMATICA.
Singhiozza Luba Khvalyboha, mentre parla. Ha 72 anni e vive all'Aquila dal 1998, quando si è trasferita in Abruzzo dall'Ucraina per assistere gli anziani. «Evito di guardare la tv perché le scene che vengono proposte mi procurano enorme sofferenza. Un popolo, il mio popolo, vittima di una tragedia immensa». Anche Luba, come tante ucraine residenti in Italia, è arrivata qui per guadagnare un po' di più e aiutare la famiglia, rimasta in Ucraina. Ma il conflitto ha cambiato tutto. «Mia figlia Ira è arrivata qualche giorno fa», racconta, «è riuscita a scappare e a raggiungere l'Abruzzo. Mia nipote Cristhina si trova, invece, in Polonia, mentre un'altra nipote è ancora in Ucraina, sotto le bombe».
La voce s'incrina. Luba fatica a riprendere il filo: l'emozione è troppo forte. «Mi raccontano di scene apocalittiche e tanto dolore», dice, «quattro ragazze sono state uccise dai russi a colpi di fucile mentre portavano da mangiare ai soldati ucraini. La situazione è drammatica, anche per un popolo forte come il nostro. Anche per donne che non hanno mai gettato la spugna: abituate a lavorare, a guadagnarsi da vivere con tanti sacrifici, a non arrendersi di fronte a nulla. Non ci arrenderemo neppure questa volta, in un 8 marzo diverso, colmo di sofferenza e di dolore».
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