L’ABRUZZO HA BISOGNO DI LAVORO QUALIFICATO
Il 1° maggio è un’opportuna occasione per riflettere sull’andamento del mercato del lavoro e sulle prospettive dell’economia abruzzese. Gli anni bui della grande crisi finanziaria sembrano essere...
Il 1° maggio è un’opportuna occasione per riflettere sull’andamento del mercato del lavoro e sulle prospettive dell’economia abruzzese. Gli anni bui della grande crisi finanziaria sembrano essere passati e anche l’Abruzzo si inserisce all’interno della crescita che ha interessato l’Europa e in misura minore l’Italia.
I dati sull’occupazione ne sono una fedele testimonianza. I posti di lavoro tra il 2016 e il 2017 sono aumentati di 6 mila unità e il tasso di disoccupazione è sceso dal 12,1% all’11,7%. Dati che non vanno sottovalutati perché segnalano la capacità della regione di sapersi agganciare alle tendenze espansive in atto. Gran parte della crescita che si è registrata nell’anno è da attribuire al ruolo della manifattura (+3,8%) e a una ripresa del terziario (+3,6%). Diminuisce, inoltre, il numero di giovani disoccupati, il cui tasso è oggi pari al 31,3%, scende l’incidenza dei giovani neet, ovvero di coloro che risultano senza istruzione, occupazione e formazione (25%), e aumenta l’occupazione dipendente sia pure a discapito del lavoro autonomo. Il quadro nel complesso sembra dunque confortante. La crisi non è più dietro l’angolo ma gli effetti devastanti che ha provocato sull’economia regionale si fanno ancora sentire.
Sotto il profilo occupazionale rispetto al 2008 mancano ancora 20 mila posti di lavoro, mentre consumi, investimenti e Pil non conoscono performance in linea con il periodo pre crisi. Lo stesso tasso di disoccupazione nella sua sintetica espressione non misura la qualità e la forza del mercato in quanto considera al suo interno lavori precari e saltuari. Quando poi ci si accorge che l’80% della crescita occupazionale dipende da lavori occasionali, allora gli aspetti positivi connessi alla riduzione della disoccupazione subiscono un significativo ridimensionamento ed inducono a una più attenta riflessione. Contribuiscono cioè a spiegare perché taluni miglioramenti che pur si sono verificati nel tessuto economico stentano a essere percepiti da gran parte della società. I lavoratori vivono nell’angoscia di perdere il posto di lavoro, come conseguenza di una minore rete protettiva, e il ceto medio si sente impoverito rispetto agli standard di vita precedenti; crescono le disuguaglianze sociali con l’effetto di estendere la soglia della povertà relativa e di generare rabbia e frustrazione tra i diversi redditi. Non esiste più quell’ascensore sociale che permetteva ai figli dei genitori meno ricchi di raggiungere elevati traguardi lavorativi. I giovani, in particolare, soffrono in maniera evidente questa situazione.
Nonostante i grandi cambiamenti tecnologici nel lavoro indichino l’esigenza di introdurre dosi crescenti di capitale umano nel processo produttivo e un livello sempre più elevato di istruzione, la domanda di lavoro qualificato in Abruzzo appare piuttosto bassa. E ciò produce due effetti di non trascurabile entità: accettare occupazioni che richiedono competenze inferiori a quelle possedute oppure allontanarsi dall’Abruzzo per raggiungere regioni o paesi in grado di offrire posti di lavoro in linea con il proprio percorso formativo. L’Abruzzo non è estraneo ad ambedue le scelte, con conseguenze negative sull’intero apparato produttivo, sulla sua produttività e sulla sua capacità competitiva. Bisogna perciò affermare che il lavoro è la grande questione del futuro. Se da un lato si sono ridotti gli spazi occupazionali nella pubblica amministrazione, dall’altro bisogna prendere atto che solo nell’ambito privato e imprenditoriale è possibile accrescere le fonti lavorative.
La domanda di competenze è al momento circoscritta alle grandi imprese. L’obiettivo è quello di portare un numero non trascurabile di piccole e medie imprese verso posizioni maggiormente competitive. Ci si rende conto che gran parte di questo processo debba coinvolgere in primo luogo la politica economica nazionale, ma la regione può guidarlo e stimolarlo al fine di renderlo compatibile con i cambiamenti che oggi lo scenario economico richiede.
Nella sostanza si tratta di far diventare le piccole imprese meno piccole e le medie un po’ più grandi. Nel corso della grande crisi molte Pmi hanno dimostrato una straordinaria capacità di resistenza, mentre altre, le più deboli, sono uscite dal mercato. Oggi questo esteso e importante mondo imprenditoriale, che rappresenta il cuore del tessuto produttivo regionale, non può stare fermo e lasciato in solitudine pena la sua emarginazione, ma deve misurarsi con le nuove e impegnative sfide che il mercato propone.
L’Abruzzo, per le sue potenzialità e per le sue risorse manifatturiere e ambientali, non può allontanarsi dalle regioni più virtuose. Deve tornare a crescere lungo un sentiero in cui produttività e capitale umano sono strettamente collegati. Il mercato di lavoro è oggi squilibrato perché a sfavore delle giovani generazioni. Contribuire al loro inserimento nel modello produttivo significa dare contenuti al 1° maggio, alla festa del lavoro.
* Economista.

