L’AFRICA E LA SFIDA DEL PAPA
di GIANCESARE FLESCA Adesso sul libro nero di Francois Hollande c’è un altro nome da aggiungere. Quello di Bamako, la capitale del Mali, dove un gruppo jihadista ha sequestrato e tenuto in ostaggio...
di GIANCESARE FLESCA
Adesso sul libro nero di Francois Hollande c’è un altro nome da aggiungere. Quello di Bamako, la capitale del Mali, dove un gruppo jihadista ha sequestrato e tenuto in ostaggio dentro un hotel di lusso per una giornata 170 persone. Per fortuna, se così si può dire, il blitz serale di varie teste di cuoio (locali, francesi, americane) ha ottenuto che il bilancio stilato alla fine dell’operazione contasse “solo” una quarantina di cadaveri, vivi e liberi invece altri cento.
Del Mali, questa piccola Repubblica sub-sahariana contesa fra islamisti e Tuareg, il presidente francese aveva parlato l’altro ieri per attaccarsi al petto una medaglia in più. Sfortunatamente nessun servizio di intelligence ha previsto che proprio dal Mali sarebbe arrivata la risposta, se preferite la vendetta, degli estremisti islamici. Non sono, badate, militanti dell’Is. Appartengono a un gruppo che si fa chiamare Al Mourabitoun, una costola di Al Qaeda più che del Califfato. È la conferma dell’effetto imitazione e traino che gli uomini delle bande nere riversano su altri gruppi, lasciandogli una certa autonomia di movimento. Lo scopo, comunque, è lo stesso. Uccidere gli infedeli. Imporre la sharia, la legge coranica, e reprimere qualunque tentazione filo-occidentale della popolazione, nell’attesa di liberare quei territori per poter proclamare, assieme a quegli altri umanisti di Boko Haram che combattono in Nigeria, un Califfato locale alleato o sottomesso a quello di Al Baghdadi.
Questi gruppi erano stati combattuti dalla Francia con una missione benedetta dall’Onu nel 2013 e alla fine, di fronte alla superiorità degli avversari, avevano ceduto lasciando sul campo tre dei cinque coordinatori della guerriglia nel Sahel. Era tramontata pure, con quella spedizione occidentale, l’antica speranza degli abitanti del deserto sub-sahariano, i Tuareg, di conquistare uno stato (laico) tutto per loro, chiamato Azawad. Sia chiaro che tutto questo non giustifica in alcun modo l’odioso attacco degli integralisti contro gli ospiti dell’hotel Radisson. Semmai si spera che in tempi così scuri, le intelligence europee, che nella mattanza di Parigi non ci hanno fatto una gran figura, finiscano per unirsi e prevenire un’iniziativa violenta che ormai viene condotta a 360 gradi e ogni santo giorno: oltre al Mali, anche lo Yemen ha contato ieri un attentato terroristico rivendicato dall’Is, bilancio una ventina di morti.
Non è da escludere poi che l’assalto di Bamako abbia anche un messaggio aggiunto, ma non marginale. Destinatario è papa Francesco che continua a ripetere, contro qualunque invito alla prudenza, che alla fine di novembre si recherà in Africa: prima Kenya, poi Uganda, infine Repubblica centro-africana, dove con l’apertura della porta della Basilica si inizierà l’anno Santo, per la prima volta nel Sud del mondo. L’ultima tappa, quella di Bangui, è certamente la più pericolosa, ma anche quella che per Francesco ha maggiore significato. L’Africa attraversa una grave crisi identitaria. Assediata da avvoltoi disposti a tutto pur di saccheggiarne le risorse, rischia di cedere la propria anima ad una società materialista, pagana, avida. Ma il messaggio portato nei secoli dal cristianesimo può essere rivitalizzato, a dispetto di quanti, come i cinesi, sventolano solo rotoli di dollari.
A Nairobi, in Kenya, il Pontefice troverà una grande accoglienza, visto che gran parte della popolazione è cristiana. Non mancheranno i rischi, come quelli provenienti dal cosiddetto Califfato di Mombasa ma soprattutto dagli Shabab somali, filiazione diretta dell’Is, la cui ultima strage, nel campus dell’università di Garissa, ha fatto 148 morti. Francesco vorrà ricordarli. E il presidente Kenyatta non si opporrà. In Uganda, patria dell mai dimenticata Dada Amin Dada, non ci dovrebbero essere problemi. Diverso sarà a Bangui. In un Paese diviso a metà fra seguaci di Cristo e altre fedi, si continua a combattere strada per strada, in una guerra civile che non sembra destinata a finire. Qui i radicali islamici potrebbero facilmente colpire Francesco. Lui lo sa, non intende sfidarli, ma vuole ribadire che il messaggio della Chiesa è universale, fondato sulla pace e sulla coesistenza fra etnie e religioni diverse. Proprio quella concezione che più spaventa i fanatici musulmani, per cui la parola pace, ormai, rischia di significare solo morte.
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