L’agente penitenziario si scusa «Ma nessuno spaccio in carcere»

Paolo Capone risponde alle domande del gip, ammette le proprie responsabilità ma non fa nomi La droga trovata nel suo armadietto al San Donato gli sarebbe stata consegnata da due donne
PESCARA. Ha risposto alle domande del gip Gianluca Sarandrea, che ha convalidato l’arresto, e ha chiesto scusa a tutto il corpo della polizia penitenziaria per averne infangato il nome. Paolo Capone, l’agente di 51 anni arrestato per detenzione a fine di spaccio di droga insieme a un albanese, sembra non abbia fatto nomi, ma comunque il suo lungo interrogatorio è coperto da segreto istruttorio e darà vita ad altre approfondite indagini. E’ stata una fonte confidenziale, sembra un detenuto del carcere di San Donato dove Capone lavora come agente, a mettere in moto le indagini su un presunto spaccio di droga in carcere.
LA SOFFIATA Gli agenti della squadra mobile che lo tenevano sotto controllo da qualche tempo, appunto dopo la soffiata ricevuta, il 20 aprile scorso lo hanno atteso fuori del carcere mentre con l’autovettura, sembra presa a noleggio, si allontanava in compagnia di un albanese, che qualche problema di droga lo aveva già avuto con le forze dell’ordine, per andare al bar vicino. Nella sua auto gli agenti hanno trovato della droga nel cruscotto (64 grammi) ma, quello che è più grave, è che altri 50 grammi di droga (cocaina e hascisc), la polizia l’ha trovata dentro il suo armadietto nello spogliatoio del carcere. Capone il giorno dell’arresto era in servizio, e dunque in divisa, tanto che agli agenti che lo hanno fermato, dalla dirigenza del carcere sarebbe arrivato l’invito a non mettergli le manette proprio davanti al San Donato.
L’ALBANESE Ma perché, se è vero che Capone aveva chiesto di allontanarsi per un caffè, non si è recato nel bar dentro il carcere, ma ha scelto di uscire fuori e di incontrare l’albanese? E di andare peraltro in macchina in un bar posto lì a due passi, locale dove circolano molti individui noti alle forze dell’ordine e legati alla piccola malavita locale?
Le domande che sono state poste all’agente nel corso dell’interrogatorio sono state diverse e tutte mirate, per la gravità del fatto commesso da un agente penitenziario. Il chiacchiericcio dentro il carcere sembra andasse avanti da diverso tempo e legato a un possibile spaccio di droga proprio dentro la struttura carceraria. Capone (che nell’interrogatorio era assistito dall’avvocatessa Melania Navelli), oltre ad ammettere i fatti, avrebbe anche detto di aver ricevuto quel pacchetto ritrovato nel suo armadietto da due donne (sembra senza farne i nomi) e di essersi reso conto soltanto dopo che si trattava di droga.
Droga che comunque, e questa è la sua linea difensiva, non doveva essere assolutamente spacciata dentro il carcere.
ATTIVITÀ PARALLELA Dichiarazioni che andranno comunque verificate soprattutto per capire se era la prima volta o se questa attività parallela dell’agente andava avanti da tempo. Ma soprattutto capire se quella droga serviva per rifornire i detenuti, molti dei quali, a Pescara, sono rinchiusi proprio per reati legati allo spaccio di stupefacenti.
L’inchiesta è nelle mani del sostituto procuratore Anna Benigni, che dovrà anche approfondire la situazione economica dell’agente che sembra avesse qualche debito e quindi fosse pressato da creditori, dei quali al momento non si sa altro. Capone si trova nel carcere di Teramo dove vengono rinchiusi i detenuti come lui, in maniera protetta, mentre l’albanese è rimasto a Pescara. E questo è un altro elemento di riflessione. Forse perché gli inquirenti pensano di trovare da dentro il carcere qualche altro interessante elemento di indagine.

