L’Aquila, oggi il saluto a colleghi e collaboratori

28 Maggio 2020

Ha scritto un discorso in cui parla dei suoi anni di lavoro e del valore dell’amicizia Anche da Chieti, Teramo e Pescara saranno presenti in Procura generale

PESCARA. È stato e sarà sempre il "Signore della toga": un magistrato sotto tutti i punti di vista, che alla sua grande professionalità ha affiancato anche quel tocco di umanità che lo ha contraddistinto e che ha fatto sì che fosse sempre un gradino più su degli altri.
Pietro Mennini, dopo quasi 44 anni, di cui ben 42 prestati in Abruzzo, oggi compie 70 anni e quindi deve lasciare il servizio per raggiunti limiti di età, anche se resterà per sempre "il Magistrato". Nel suo discorso di saluto Mennini, procuratore generale all’Aquila, toccherà diversi punti: oltre al suo lavoro, che ha sempre amato, parlerà anche dell'amicizia e dei rapporti umani indispensabili per la crescita lavorativa, e la spiritualità, arrivando anche a citare Martin Luther King, senza tralasciare un passaggio sul suo amato fratello Pier Giorgio, «sacerdote, gesuita e missionario in India e uomo di grande fede e bontà, scomparso quasi sei anni orsono, che sono certo continua a seguirmi e aiutarmi».
Una famiglia romana, i Mennini, molto conosciuta, che ha sempre avuto un ruolo di primo piano alla Città del Vaticano dove il padre era ai vertici dello Ior, la banca vaticana, e l'altro fratello, don Antonello, diplomatico della Santa Sede, ha avuto la sua notorietà quale "confessore" del presidente della Dc, Aldo Moro, mentre quest'ultimo era prigioniero delle Brigate Rosse. Fu lui infatti a fare da tramite per le comunicazioni epistolari tra il presidente Moro e la sua famiglia in quei tragici giorni che poi portarono all'uccisione del leader della Dc.
Pietro Mennini ha fatto la storia della magistratura nella nostra Regione. Il suo primo incarico è stato quello di pretore a Biella, dove è rimasto per due anni, poi sostituto procuratore a Teramo, sostituto e procuratore aggiunto a Pescara, procuratore a Chieti per chiudere nel 2016 con il prestigioso incarico di Procuratore Generale alla Corte d'Appello dell'Aquila, la vetta della sua carriera. Un magistrato che ha sempre guardato al risultato, non amando il palcoscenico come molti suoi colleghi, ma puntando sempre a raggiungere l'obiettivo.
E così ha fatto anche occupandosi di tantissimi casi delicati di cronaca e soprattutto con la Tangentopoli del '92 a Pescara dove travolse il famoso “superpartito”, riuscendo, con maestria e intuito giudiziario, a far crollare tutti i protagonisti, o quasi, grazie ad un lavoro efficace e puntuale, senza andare alla ricerca dei riflettori. Tutti, sindaco, assessori, esponenti politici di partiti vari dell’epoca che "gestivano" anche trasversalmente il Comune pescarese, decisero di patteggiare: risultato non di poco conto che fa capire come venne condotta l'inchiesta. Tutti tranne uno che preferì seguire tutti e tre i gradi di giudizio, alla fine soccombendo con una pena molto più alta degli altri e finendo in affidamento ai servizi sociali.
Ma, nonostante quel piglio e quella tenacia che contraddistinguono il lavoro dell’inquirente, Mennini è stato molto stimato e apprezzato anche da quelli che avevano fatto le spese del suo lavoro, persino da chi ha fatto arrestare.
Oggi all’Aquila ci saranno anche i suoi ex collaboratori delle altre procure ad ascoltare il suo saluto e una riflessione sull'amicizia «che è un sentimento, un legame di affetti, ma soprattutto condivisione di valori. Non già come legame per complicità o connivenze per perseguire e conservare privilegi o per dare e ricevere protezione, ma legame forte per raggiungere obiettivi, direi naturalmente comuni, per chi si è dissetato alla stessa fonte della legalità, del rispetto delle regole, ma soprattutto del rispetto dell'uomo».
Ed è proprio in queste parole che si riassume molto del magistrato Mennini e della sua eleganza istituzionale.
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