«L’assassino ci deve dire perché»

La moglie e i figli del muratore ucciso dal vicino: «Era impossibile litigare con lui»
PESCARA. La mattina in cui è stato ucciso dal vicino di casa, Salvatore Russo, 58 anni, si era infilato la maglietta nuova che gli aveva comprato la moglie due settimane prima, quella bianca e blu, con le righe che gli piacevano tanto. Lui che di mestiere faceva il muratore e che ogni giorno si svegliava all’alba, amava onorare il giorno di festa. E mercoledì 25 aprile l’avrebbe fatto come sempre con tutta la sua famiglia. Avrebbero mangiato insieme a casa, al secondo piano di via del Circuito, e poi una passeggiata alla Pineta. Si era raccomandato con i figli: «Non ci allontaniamo troppo come a Pasquetta, che la nonna poi si stanca».
Era fatto così Salvatore, «la potenza di un carrarmato e la delicatezza di una piuma», dice la moglie Vittoria che con lui ci ha passato tutta la vita. Infanzia insieme ad Apricena, in provincia di Foggia, fidanzati già da ragazzini e poi sposi appena lei, di tre anni più piccola, ha compiuto 18 anni. «Il viaggio di nozze l’abbiamo fatto in Germania, dove lavorava lui e dove la stessa ditta ha trovato un lavoro per me. Io e lui eravamo il pilastro di questa famiglia, ci capivamo con uno sguardo».
Sul divano di casa la signora Vittoria, circondata dai suoi quattro figli, dai generi, dalla madre, dalla sorella e dal nipote accolto a casa loro da Apricena per frequentare la scuola a Pescara, parla del marito come se dovesse rientrare a momenti dalla porta. Dalla porta dove mercoledì mattina l’ha visto uscire dicendo che andava a fare un giro, e allora lei gli ha detto di riportarle le sigarette dopo un breve siparietto della maglietta che lui diceva che era troppo larga «e i invece poi gli andava a pennello». Ma Salvatore non è riuscito a fare niente, neanche a prendere la macchina giù al garage dove aveva il posto auto e una cantinetta. Ha fatto in tempo a infilare le chiavi nella serratura della cantina, chissà che voleva prendere, ma non ad aprirla perché all’improvviso è sbucato il vicino, quello del piano di sotto, e l’ha massacrato con 38 coltellate.
«Ma adesso ci deve dire perché l’ha fatto», ripetono la signora Vittoria con i figli Michele, Maria Pina, Annarita e Antonella riferendosi a Roberto Mucciante che non nominano mai, «quello che è successo lì sotto ce lo può dire solo lui, ma deve raccontare la verità. Noi non possiamo saperla», sottolinea Antonella, «ma sappiamo com’era nostro padre». I feltrini sotto ai piedi delle sedie per non fare rumore sul pavimento li aveva sostituiti di recente proprio Salvatore. «Papà ce lo ricordava di continuo, anche se dovevamo spostare una sedia, ci diceva di stare attenti a non fare rumore. In quattro anni che siamo qui, la persona che l’ha ucciso si è lamentata quattro volte in tutto, per i rumori. Altro che ruggini e vecchie liti condominiali. Papà era la persona più mansueta del mondo, non ha mai litigato con nessuno». E seduti intorno al tavolo madre e figli, insieme all’ex datore di lavoro e amico fraterno Matteo Scanzano che conosce «l’onestà e la bontà di Salvatore» da quando faceva il muratore per suo padre, ricostruiscono le volte che Mucciante si era lamentato per questi maledetti rumori. «La prima volta è stato a settembre scorso, venne a suonare alle 5 e mezza del mattino. Suonava e riscendeva subito per le scale. Andò ad aprire papà, l’unico sveglio e lo invitò anche ad entrare, per controllare che dormivamo tutti. Ha fatto così un’altra volta, ha suonato ed è corso giù al primo piano. Poi si è lamentato con l’amministratrice e con il padrone di casa». Ma per quali rumori si lamentava Roberto Mucciante che al primo piano di quel palazzo ha trascorso gran parte dei suoi 51 anni insieme alla madre ormai anziana?
«Avrà sentito le nostre chiacchiere, le nostre risate», dicono le figlie, «in casa non ci sono bambini, abbiamo questo cortiletto interno in comune dove rimbomba tutto. Perfino il citofono se suona in una casa sembra che ha suonato nell’altra. Da qui si sentiva la tosse di papà mentre rientrava, si sentiva tutto, ma per lui eravamo sempre noi i responsabili. Anche qualche mese fa che ai piani di sopra ci fu una festa fino a tardi, lui bussava da sotto a noi con la scopa. Dal suo soffitto, sempre a noi. E poi quelle poche volte che lo incontravi sempre buongiorno e buonasera. Quasi sempre a testa bassa».
Come mercoledì mattina quando la moglie di Salvatore Russo era al telefono con la figlia Annarita che abita a Bologna e ha iniziato a sentire ambulanze e macchine di polizia e carabinieri sotto casa. «Vai a vedere che cosa è successo, mi ha detto mia figlia, e io sono scesa per le scale, intanto chiamavo al telefonino Salvatore per dirgli quello che stava succedendo. Ho visto lui seduto sulle scale davanti al suo appartamento, le mani insanguinate, con un carabiniere. Ho chiesto che è successo, lui si è voltato, mi ha guardato e si è rigirato. Ma io proprio non ci pensavo, ai carabinieri continuavo a dire che stavo cercando mio marito. Ho visto pure la madre di lui, con le mani nei capelli, ma niente, nessuno mi ha detto niente. L’ho capito quando ho detto che maglia portava mio marito e come si chiamava e mi hanno detto di tornare su, che sarebbero venuti subito».
Oggi che sa che il marito è stato ucciso, Vittoria, i suoi figli e tutta la famiglia chiedono solo una cosa: «Vogliamo giustizia, chi l’ha ucciso e ce l’ha tolto deve stare in carcere. E vogliamo la verità. Così è assurdo tutto, non c’è logica, perché non ha mai detto niente, nessuna denuncia, neanche quando ci incontrava nell’androne si lamentava, niente. Solo buongiorno e buonasera». E poi le coltellate.
Fa fatica a crederci Vittoria e fanno fatica i figli, che oggi dovevano essere tutti ad Apricena, alla processione della Madonna. «Era da quando siamo venuti a Pescara 15 anni fa che non andavamo per la ricorrenza», racconta Maria Pina, «e domenica papà ha detto che voleva fare una sorpresa alla sorella che riscendeva da Torino. Se ci vai tu andiamo tutti, gli abbiamo detto». Salvatore Russo, che lavorava da quando era un ragazzino e che a Pescara era approdato proprio per avere più opportunità di lavoro, era bravo a fare e ad aggiustare tutto, aveva le mani d’oro. «Qualsiasi cosa gli chiedevi era sempre pronto, “e che ci vuo’?” diceva». Eccolo nel video con il nipotino, l’adorato nipotino Andrea, mentre con secchio e cazzuola gli insegna a mettere le mattonelle. «Ecco, era questo papà». Domani alle 16,30, nella chiesa di San Giuseppe, i suoi funerali.
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