L’avvocato di un imputato: colpa di prefetto e sindaco

19 Gennaio 2023

L’udienza si apre con le dichiarazioni pesanti del legale del funzionario Bianco Poi si rivolge ai pm: una pesca a strascico, all’insegna del mettiamoci dentro tutti

PESCARA. Per la prima giornata di arringhe, nel processo con il rito abbreviato che si tiene davanti al gup Gianluca Sarandrea e che conta 30 imputati coinvolti nella tragedia di Rigopiano, si è rivista in aula una folta rappresentanza dei familiari delle 29 vittime di quel disastro.
Familiari che proprio nel giorno del sesto anniversario di quel terribile evento che ha stravolto la loro vita, hanno deciso di presenziare lo stesso, almeno fino alle 12, quando poi hanno lasciato l'aula per recarsi con un pullman sul luogo della strage per la commemorazione. Aula dove ieri era presente anche il presidente della Regione, Marco Marsilio.
Ad aprire l’udienza è stato l'avvocato Arturo Messere che assiste l'ex capo di gabinetto della Prefettura, Leonardo Bianco (che ha fatto una breve dichiarazione spontanea per ribadire la sua estraneità ai fatti), cui la procura ha chiesto 8 anni di reclusione, anche se le pene più pesanti sono i 12 anni chiesti per l'ex prefetto Francesco Provolo, i 9 anni per la dirigente Ida De Cesaris, e gli 11 anni e 4 mesi per Ilario Lacchetta ed Enrico Colangeli, dal procuratore Giuseppe Bellelli e dai sostituti Andrea Papalia e Anna Benigni. Messere, che ha discusso con il suo collega Paolo Lanese, non risparmiato stoccate alla pubblica accusa alla quale ha detto di aver fatto una «pesca a strascico, all'insegna del mettiamoci dentro tutti». E poi ha spiegato al giudice il perché dell'innocenza del suo assistito, spostando l'attenzione su due figure di primo piano del processo: l'allora prefetto Provolo, che per legge era l'unico responsabile dell'emergenza, e il sindaco di Farindola, Lacchetta, che la sera prima della tragedia fece salire in hotel altri ospiti senza mai parlare delle criticità della situazione di Rigopiano.
«Bianco», ha detto Messere, «non aveva nessuna competenza come Protezione civile, e quindi nessuna responsabilità per l'apertura della sala operativa o del centro coordinamento dei soccorsi». E delle due lettere che gli vengono contestate, indirizzate alla Presidenza del Consiglio e ad altri enti, dove si comunicava l'apertura della sala operativa nella mattina del 16 gennaio (mentre in effetti venne aperta soltanto il 18 gennaio), Messeri è andato giù duro. «La lettera del 16 gennaio venne firmata da Bianco soltanto come capo di gabinetto nel rispetto del suo ruolo di responsabile della comunicazione istituzionale, ma venne stilata da Verzella come risulta dalla sigla; con quella del 17, invece, Bianco non ha nulla a che fare perché venne scritta dalla De Cesaris e firmata da Provolo. Quando si viene in questa aula e si chiedono 8 anni di reclusione senza avere prove, la giustizia non è più credibile».
A margine dell'udienza, il legale dichiara anche: «Le responsabilità sono altrove, a carico semmai di chi ha fatto realizzare quella struttura in quel sito che era valanghivo».
Gli avvocati Sergio Della Rocca e Massimo Galasso hanno poi discusso per conto del gestore della struttura, Bruno Di Tommaso e per la società Gran Sasso Resort proprietaria dell'immobile. Della Rocca ha parlato a lungo della superperizia e dei suoi risultati che non escludono il collegamento tra lo sciame sismico, imprevedibile, e la valanga. «In nessun passaggio della perizia si ipotizza la responsabilità di Di Tommaso». E sulla questione del documento di valutazione dei rischi, i legali hanno puntato sulla relazione della Asl, delegata dai magistrati, che ha scritto a chiare lettere che non ci sono state violazioni del decreto che disciplina la sicurezza nei luoghi di lavoro. Così come anche le vie di fuga erano state assicurate con la pulizia del piazzale fino a mezz'ora prima della valanga «che nessuno poteva ipotizzare». Quanto alla praticabilità della strada, quello non era compito dell'albergo. Sul depistaggio sono state trattate le posizioni di Giulia Pontrandolfo e Daniela Acquaviva. Per la prima, al centro di un presunto occultamento della telefonata di richiesta di aiuto del cameriere dell'hotel, Gabriele D’Angelo, gli avvocati Gianluigi Tucci e Giampiero Castrataro, hanno chiesto l'assoluzione. L'imputata non avrebbe mai parlato con D'Angelo prima delle 15 del 18 gennaio. Di quella telefonata, che sarebbe stata omessa nella relazione fatta dai prefettizi il 27 gennaio, ne erano già a conoscenza dal 24 gennaio i partecipanti alla riunione di Penne. «Un segreto di Pulcinella», hanno detto. «Non solo, ma la Pontrandolfo il 26 gennaio ne parlò non il maresciallo Cameli e solo il giorno dopo, quando i due vice prefetti le chiesero la relazione, venne a sapere che c'era un’inchiesta sul depistaggio. Chi vuole depistare ne parla con un carabiniere?».
Quanto all'Acquaviva l'avvocato Manuel Sciolè ha sostenuto che la stessa scese in sala operativa soltanto dopo la telefonata di D'Angelo e che ne venne a conoscenza soltanto un anno dopo quando ne parlarono gli organi di stampa. Oggi tocca ai difensori di Lacchetta e di Colangeli: hanno fatto allestire in aula un palco da concerti con due maxischermi.