L’ex direttore si difende «De Nicola? Buon cliente»

5 Maggio 2016

Di Tizio prepara una memoria: «Mai fatto favori, rendeva un milione all’anno I regali? Solo qualche bottiglia di vino. E nessun lavoro per i miei familiari»

PESCARA. «Io sono rimasto allibito da questa ricostruzione temeraria che arriva in un momento di caccia alle streghe. È una vergogna: le accuse sono infondate e saranno smontate. Io non ho alcuna responsabilità in questa storia e la mia verità non è confutabile». Francesco Di Tizio, direttore generale della Carichieti dal 1998 fino al 2010, ha appena scoperto di essere indagato per il reato di bancarotta fraudolenta a causa di un mutuo da 14 milioni di euro concesso all’imprenditore Carmine De Nicola. Di Tizio ha già cominciato a scrivere la sua memoria difensiva che presenterà alla procura entro 20 giorni.

Il mutuo al centro dell’indagine risale al 2007 e al 2008: «In quel periodo», dice Di Tizio, «De Nicola era un cliente primario con ricavi per la banca di oltre un milione di euro all’anno. Quindi, concedendo il mutuo, io mi sono limitato a fare gli interessi della banca in base al rapporto tra rischio e rendimento: cioè a fronte di un rischio considerato normale, è stato accordato un mutuo con un rendimento elevato per la banca».

Finanza e procura sostengono che a De Nicola sia stato concesso un mutuo facile: cosa ne pensa?

«Per tutti i mutui e anche per De Nicola, la banca segue una procedura standard che non si può cambiare. Il direttore generale è solo il presentatore finale di una proposta già vagliata in precedenti passaggi».

Quindi, un direttore generale non ha il potere di favorire un noto imprenditore?

«Una pratica di mutuo parte sempre dall’istruttore di una filiale, poi, l’atto viene esaminato dal settore crediti e il capo esprime il suo parere. Con il parere favorevole, la pratica arriva poi al direttore generale che non aggiunge neanche una virgola a quanto già esaminato: ecco, io mi sono limitato a portare la proposta in cda. Quindi, se ci fossero state irregolarità sarebbero state scoperte durante questa lunga trafila».

Secondo l’accusa, lei avrebbe «indirizzato e orientato fraudolentemente» il cda: cosa risponde?

«È impossibile: quando una pratica arriva al vertice di una banca vuol dire che è stata già sottoposta all’analisi di tecnici ed è suffragata dalle perizie di ingegneri. Insomma, avrei dovuto corrompere tutti, dal primo all’ultimo, ma la verità è che un direttore generale non può influenzare niente: io sono stato solo il presentatore di un elaborato fatto da altri».

In cambio dei favori a De Nicola, «a suo vantaggio» lei avrebbe ottenuto l’assunzione di suo fratello e sua cognata proprio in società di De Nicola: è vero?

«Non ho mai alzato un dito per favorire un mio familiare e non ho mai chiesto niente a De Nicola. E poi non è vero che siamo amici: c’è solo una conoscenza professionale. E comunque, mio fratello e mia cognata si sono rivolti autonomamente a De Nicola per delle loro conoscenze personali. Pensi che mio fratello ha lavorato saltuariamente in una cooperativa mentre mia cognata, all’ex Sund, guadagna meno di 700 euro al mese. Non credo proprio che per 14 milioni di euro uno possa chiedere in cambio cose del genere».

Si parla anche di «sistematiche regalie»: le risultano?

«Ma scherziamo. Solo omaggi natalizi e cortesie pasquali, di solito bottiglie di vino e un telefono cellulare da 200-300 euro, un regalo che rientra anche nel codice etico della banca. Anzi, all’ottavo piano della Carichieti c’è una stanza in cui si tenevano tutti questi presunti regali: quando sono andato via nel 2010, ho dato quasi tutto ai dipendenti che possono confermarlo».

Lei non è più direttore generale della Carichieti dal 2010: dopo 6 anni, arriva un’accusa pesante. Troppo tempo?

«L’impresa di De Nicola è stata finanziata tra il 2007 e il 2008 ed è fallita nel 2015. Io sono stato direttore generale fino alla fine del 2010: mi sembra normale che quello che è successo dopo io non posso saperlo e non riesco a comprendere come mi possa essere contestata un’accusa di bancarotta fraudolenta in concorso».

Secondo l’accusa, sarebbe stato ignorato lo stato di crisi della società e le perizie dei beni in garanzia sarebbero state gonfiate: lei cosa ricorda?

«All’epoca la società di De Nicola era sana. Sulle perizie, dico che un direttore generale non può controllarle perché lo hanno fatto già altri e perché non ha la competenza tecnica di un ingegnere».

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