L’Italia che verrà, così cambiano lavoro studio e tempo libero

Smart working e tavoli a distanza nei locali e nei ristoranti Viaggi e vacanze con prudenza, ma tutti con le mascherine
PESCARA. Dove saremo tra sei mesi, tra un anno, tra dieci anni, dopo questo terremoto che ha improvvisamente sconvolto le nostre vite? Torneremo alle nostre freneticamente tranquille esistenze, oppure continueremo a mettere in pratica tutti quei comportamenti che nelle ultime settimane, da estranei, ci sono diventati così familiari.
Ognuno se lo chiede: chi si è portato l’ufficio in casa, chi si è abituato a ordinare tutto online, chi ha smesso di salutare con un abbraccio e un bacio i propri conoscenti. E ugualmente se lo chiedono, con più di un pizzico di preoccupazione, imprenditori, negozianti e artigiani che si sono ritrovati con un enorme buco nei propri bilanci e non riescono a immaginare quanto tempo ci vorrà per una pur minima ripresa.
Su una cosa, però, sono tutti d’accordo, vip, politici, sportivi, sociologi, economisti e uomini comuni. «Niente sarà più come prima». Lo stesso concetto, tra l’ottimismo degli speculatori e il più nero pessimismo dei meno abbienti, che ha serpeggiato in tutte quelle fasi storiche che hanno cambiato il mondo, dal dopoguerra al post 11 settembre.
In effetti, le variabili sono tantissime. Da una parte, per quanto riguarda i comportamenti sociali, il ritorno alla normalità dipenderà da come risponderà la nostra psiche collettiva. Dall’altra, bisognerà aspettare per vedere in che misura la politica saprà rispondere per riparare gli enormi danni economici che questa crisi sanitaria ci lascerà in eredità.
Nel breve periodo, la cosa più importante sarà riuscire a ripartire nei settori chiave per l’economia, ma con gradualità, attraverso un percorso lento e attento. Sarà quella Fase 2 di cui parla l’ultimo decreto del presidente del Consiglio, la fase in cui si dovrà convivere con il virus, cercando di tenerlo comunque a bada. Per il momento, il D-Day è fissato per il 14 aprile, quando, a meno di ulteriori prolungamenti, dovrebbe finire il lungo periodo di lockdown totale. Saranno gli esperti consultati dal governo a decidere, a valutare se le condizioni lo permetteranno. Se così sarà, si potrà entrare nella Fase 3, quella dell'uscita dell'emergenza con il ripristino completo delle attività lavorative e sociali.
Nell’apertura graduale della Fase 2, dunque, si continuerà a osservare il distanziamento sociale: molte attività potranno riaprire, ma sempre rispettando tutte le misure di contenimento. Potremo uscire, tornare ad acquistare le cose che ci servono, magari continuando a indossare mascherina e guanti. Riapriranno bar e ristoranti, a patto che i loro tavoli siano ben distanziati tra di loro. Per ultimo, apriranno anche quei luoghi dove si crea abitualmente più affollamento: le discoteche, gli stadi, le sale per eventi.
Intanto, dicono gli esperti, bisognerà far passare le festività di Pasqua e i due lunghi ponti, quello del 25 aprile e quello del 1° maggio, che non dovranno essere assolutamente trasformati nell’occasione di fare scampagnate affollate e pranzi con decine di parenti e amici.
Se tutto andrà bene, come ci si augura negli hashtag e nelle poche pubblicità a pagamento che ancora circolano sui media, questa crisi sarà un’occasione di ricostruzione, di accesso a una vita in qualche modo più a misura d’uomo.
Sul piatto ci sono tanti cambiamenti. Nel mondo del lavoro, per esempio, con il ricorso a sistemi diversi, a modi inediti di intendere e gestire l’impegno lavorativo. O ancora, la scoperta di nuovi modelli di viaggio e di turismo.
Pian piano, riapriranno le frontiere e allora forse si arriverà a pensare a un nuovo concetto di globalizzazione, che come abbiamo in maniera così brutale visto, porta con sé, oltre a diversi vantaggi economici, anche una quantità di incognite da riconsiderare.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

