L’osteria Corridore: è l’ora di risorgere
L’AQUILA. Sono le tre del pomeriggio, i sette clienti che hanno pranzato all’Osteria Corridore sono appena andati via. E’ sabato, c'è il sole e fa caldo. Sette coperti in una bella giornata...
L’AQUILA. Sono le tre del pomeriggio, i sette clienti che hanno pranzato all’Osteria Corridore sono appena andati via. E’ sabato, c'è il sole e fa caldo. Sette coperti in una bella giornata primaverile come questa, in condizioni normali, sarebbero un disastro. Ma di questi tempi sono quasi oro colato. «Prima che scoppiasse l’emergenza Covid, durante la settimana arrivavamo a registrare, in media, 30 presenze, il sabato anche 50 o 60» racconta Francesco De Matteis, il proprietario di questo ristorante con alle spalle oltre 50 anni di storia, situato a Pianola, frazione alle porte dell’Aquila, ma famoso in tutto l’Abruzzo per la sua speciale carbonara e per la cucina semplice ma elegante di Serenella Deli, chef formatasi alla scuola di Gualtiero Marchesi. «Abbiamo riaperto il 21 maggio, nonostante i dubbi e le perplessità», spiega Francesco. «Siamo ripartiti con 22 coperti, prima ne avevamo 65. Dei nostri dieci dipendenti, ne sono tornati al lavoro solo tre: due sono in cucina e uno si occupa del servizio in sala. Gli altri sono ancora in cassa integrazione». Appena varcata la porta di ingresso, una scritta ricorda di disinfettarsi le mani usando l’apposito dispenser e di indossare la mascherina. «I clienti devono venire già premuniti ma se non ce l’hanno gliela forniamo noi», dice Francesco. In sala, tavoli nudi, apparecchiati in modo spartano, con tovaglie e menu usa e getta, sono disposti in modo che tra una sedia e l’altra ci siano almeno due o tre posti vuoti. Sono le regole stabilite da Dpcm e ordinanze regionali: per i clienti, uso obbligatorio di mascherine, distanziamento sociale (ma non per congiunti, conviventi e familiari) e accesso solo su prenotazione; per i gestori, sanificazione continua di ambienti, superfici e accessori, impiego di prodotti e confezioni monodose o monouso, registrazione di nome, cognome e numero di telefono degli avventori, con obbligo di conservazione dei dati per due settimane. Prescrizioni stringenti, che hanno scoraggiato molti dal riaprire. «Se alcune cose le facevamo anche prima», spiega Andrea Carrozzi, responsabile di sala e sommelier «adesso dobbiamo avere molte più attenzioni, controllare, per esempio, che i clienti non si alzino dal tavolo per andare a pagare il conto o che indossino la mascherina ogni volta che vanno in bagno. Cerchiamo di essere il più possibile precisi e scrupolosi, la gente ha bisogno di sentirsi rassicurata». «Non avremmo mai potuto riaprire se non fosse stato per i proprietari dei locali, che ci sono venuti incontro abbassando l’affitto e non chiedendoci quello dei due mesi in cui siamo stati chiusi», racconta Francesco. «Per ora restiamo aperti più per una forma di resistenza che per convenienza. Un primo bilancio sarà possibile farlo solo tra un paio di settimane».

