La balena che portò il mondo a Vallevò

13 Settembre 2014

di LALLA D’IGNAZIO Aveva il nome dell'eroe omerico più coraggioso l'uomo che per primo vide la balena che si arenava sui fondali di Vallevò. Ettore Verì non c'è più, ma di lui si ricordano in molti...

di LALLA D’IGNAZIO

Aveva il nome dell'eroe omerico più coraggioso l'uomo che per primo vide la balena che si arenava sui fondali di Vallevò. Ettore Verì non c'è più, ma di lui si ricordano in molti e non solo tra gli agrumeti di Rocca San Giovanni e Fossacesia. Pescatore di una famiglia di pescatori finì sui giornali e le tv dell'Italia in bianco e nero del 1960 «per quella storia della balena», ricorda il figlio Rinaldo, un giovane dal volto aperto che con la forza delle braccia e dei sogni ha ricostruito il trabocco di punta Tufano e racconta la storia della sua gente e le sue tradizioni a villeggianti e scolari.

Il ristorante che si incontra entrando da Nord nella prima contrada della marina di Rocca San Giovanni, Vallevò, si chiama "La balena", nome desueto nei paesi dell'Adriatico dove i cetacei non sono certo di casa, almeno fino a ieri. Ma Nicola Verì fece una operazione di marketing nell'era che il marketing non conosceva, e quando lo aprì, nel 1963, si affidò all'eco ancora viva dell'evento che aveva portato il suo borgo sulla bocca di tutti: lo spiaggiamento dell'enorme mammifero. «La balena rimase sulla spiaggia per giorni e giorni e dicono che la puzza ormai si sentiva a Ortona», raccontano i due ragazzi che lavorano in estate nel ristorante e che il cetaceo lo ricordano attraverso le parole dei genitori e le foto sbiadite della balena assediata da bambini che ogni cinquantenne nel raggio di 100 chilometri qui possiede, «perché ci vennero da tutto l'Abruzzo e oltre a vederla, e c'erano le telecamere della Rai e pure dalla Germania le mandarono, che decine di emigranti telefonarono al bar del paese per dire che avevano visto la Rocca in tv». E c'era da sfamare tutti quei visitatori e giornalisti. Così i pescatori sulla riva cuocevano pentoloni di cozze, arrosti e fritture che le persone mangiavano lì, di fronte al mare. Così a Nicola venne l'idea di fare un ristorante con la terrazza sull'Adriatico sullo spuntone che affaccia sulla caletta». Lo ha tenuto per quasi 40 anni, poi lo ha ceduto, ma chi lo ha rinnovato non ha rinunciato alle foto della balena e dei "catturatori", come poi immaginario collettivo e giornalisti chiamarono il primo avvistatore, Ettore Verì, e il suo compagno di pesca Cesare Annecchini.

Quella mattina del 16 agosto 1960 i due sul motopesca Fortunello fecero rotta verso lo scoglio del Gabbiano, a Sud di punta Tufano, dove avevano notato un forte increspamento del mare che faceva pensare al passaggio di un enorme branco di pesci. Invece Ettore mentre buttava la rete notò una massa enorme sul fondo. Chiamò l'amico, insieme fecero ipotesi su cosa fosse fino a che il cetaceo agonizzante affiorò sbattendo la grande coda e sbuffando acqua. Raccontarono poi quasi in trance stupore, paura, emozione, attrazione e quant'altro gli passò per la mente e il cuore davanti alle telecamere e ai taccuini e poi per anni a bambini, donne, vecchi e amici mai sazi di quella storia. Dalle case sulla costa qualcuno aveva visto il muso gigante ergersi, la voce si sparse, corsero tutti sulla riva mentre la balena si incagliava nei fondali sempre più bassi e la videro morire. Oggi "la storia della balena" fa parte del posto e appartiene alla gente di qui, fino ad essere anche un riferimento geografico da Vallevò a Fossacesia.

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