«La Carta valanghe spettava alla politica»

I dirigenti regionali Caputi, Belmaggio e Antenucci, assolti in primo grado, ribadiscono in aula: nessuna responsabilità
L’AQUILA. Non c'è stata nessuna responsabilità da parte dei dirigenti della Regione Abruzzo finiti sotto processo per il disastro di Rigopiano in ordine alla mancata realizzazione della Carta localizzazione pericolo Valanghe (Clpv) che, a detta della pubblica accusa (in aula presenti i pm Anna Benigni e Andrea Papalia), avrebbe potuto impedire la tragedia del 18 gennaio del 2017, quando 29 persone persero la vita per il crollo dell'hotel, spazzato via da una gigantesca e violentissima valanga. Lo hanno ribadito ieri in aula all’Aquila, davanti ai giudici della Corte d'Appello, i difensori dei dirigenti regionali Pierluigi Caputi, Sabatino Belmaggio e Vincenzo Antenucci, usciti indenni dal giudizio di primo grado davanti al gup Gianluca Sarandrea che, al termine del rito abbreviato, li ha assolti in maniera netta. «Innanzitutto», dice l’avvocato Leonardo Casciere che insieme al collega Mauro Catenacci assiste Belmaggio, «va detto che abbiamo eccepito la inammissibilità del ricorso in appello della procura di Pescara che ha riportato integralmente le nostre memorie difensive depositate prima della sentenza, senza confrontarsi con quanto riportato in sentenza dal gup, come prevede la norma. E poi qualcuno dimentica che dal 2009 all’aprile del 2013, Belmaggio venne cooptato dall’allora governatore Chiodi per la ricostruzione post terremoto e quando è rientrato ha subito fatto approvare la Carta storica delle valanghe e quando successivamente è diventato dirigente, la Carta valanghe. Gli stessi periti del giudice hanno detto a chiare lettere che Belmaggio ha operato con diligenza e con il giusto rigore e peraltro in quel periodo non aveva poteri che semmai spettavano alla politica».
Sulla stessa falsa riga la posizione sostenuta dai difensori di Antenucci e dell'altro dirigente regionale, Pierluigi Caputi. «Il mio assistito», ha ribadito l’avvocato Francesco Carli che assiste Caputi, «non ha avuto alcuna responsabilità né sul procedimento di formazione della Carta valanghe, né sugli effetti della stessa. Lo abbiamo ben illustrato nel processo di primo grado e lo abbiamo ribadito oggi, riportando anche quanto spiegato dal gup Sarandrea nelle motivazioni alla sentenza di assoluzione».
Si torna in aula domani, venerdì, per un’altra udienza che riguarderà le posizioni del tecnico Tino Chiappino, del prefettizio Leonardo Bianco, e del funzionario del Comune di Farindola, Enrico Colangeli, tutti assolti in primo grado. (m.cir.)

