Pescara

La Cassazione conferma: 25 anni di carcere per Passeri, il pescarese arrestato in Egitto. La famiglia: «Una mazzata»

9 Gennaio 2026

Il fratello del 32enne accusato di traffico di droga: «Speravamo in una riduzione». E si appella alle istituzioni: «L’unica speranza è di fargli scontare la pena in Italia». (Nella foto, Luigi Giacomo Passeri)

PESCARA. È definitiva la condanna a 25 anni di reclusione per Luigi Giacomo Passeri, 32 anni, pescarese di origini sierraleonesi, detenuto nel carcere di Badr, a nord del Cairo, con l’accusa di traffico internazionale di droga. La Cassazione egiziana ha respinto l’ultimo ricorso, confermando la sentenza già pronunciata in primo grado e ribadita in appello lo scorso gennaio.

Passeri era stato arrestato nell’agosto del 2023 in Egitto, durante una vacanza, a poche ore dal rientro in Italia. Secondo l’accusa, formalizzata anche al Ministero degli Esteri italiano, il giovane sarebbe stato trovato in possesso di un ingente quantitativo di stupefacenti, inclusi numerosi ovuli, alcuni dei quali ingeriti. La famiglia ha sempre respinto questa versione, sostenendo che si trattasse, al più, di piccole dosi.

Durante la detenzione, Passeri aveva denunciato presunte torture e maltrattamenti attraverso una serie di lettere, arrivando anche a intraprendere uno sciopero della fame. Denunce, confermate anche da due detenuti che hanno condiviso con lui la cella, che hanno alimentato l’attenzione mediatica e sollevato interrogativi sulle condizioni carcerarie.

«Non so davvero cosa dire», racconta il fratello Marco Antonio che si è sempre battuto per chiedere il suo rientro in Italia e un processo equo, «speravamo almeno in una riduzione della pena, non nell’annullamento, ma in qualcosa di più equo rispetto a quanto viene dato ad altri. Venticinque anni sono una condanna che ti toglie il respiro. Pensavamo che da qui potesse partire un percorso per il trasferimento in Italia, invece è una mazzata».

La sentenza non è stata ancora comunicata direttamente al 32enne. «Non lo sapeva neppure che oggi ci fosse l’udienza», spiega il fratello, «non è stato portato in tribunale. L’ambasciata ha chiesto una visita straordinaria per informarlo ufficialmente. Lui è convinto che non sia successo nulla».

Giacomo è psicologicamente provato, racconta la famiglia che ha sempre sostenuto la sua innocenza e la totale assenza di chiarezza dell’intera vicenda. «Giacomo è abbattuto dall’inizio di questa vicenda», dice Marco Antonio, «perché lui sostiene di non aver fatto ciò di cui lo accusano. È questo che lo distrugge».

Sul fronte istituzionale, il giudizio è durissimo. «Fino alla prima condanna lo Stato è stato completamente assente. Zero. Abbiamo speso oltre 30 mila euro in avvocati, senza risultati. Solo quando il caso è finito sui giornali qualcuno si è mosso. Ora ci dicono che, con la condanna definitiva, esiste la possibilità di scontare la pena in Italia. È l’unica speranza che ci resta».

Ma la famiglia è allo stremo. «Io i soldi non li ho più», prosegue il fratello. «Devo mandargli denaro ogni mese per sopravvivere lì dentro. Non so più cosa fare».

La famiglia continua a mantenere i contatti con Giacomo attraverso delle lettere che il 32enne invia, seppur con difficoltà, alla famiglia. Le condizioni psicofisiche dell’uomo sono più o meno stabili, ma Marco Antonio nota una sorta di rassegnazione da parte del fratello. «L’ultimo ricordo che ho di lui da uomo libero? Il suo sorriso. Ed è quello che temo di perdere per sempre».

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