La città in mano ai vandali

Imbrattano palazzi, scuole e chiese, perfino la casa D’Annunzio. E la chiamano arte
PESCARA. È una lavagna a cielo aperto Pescara, scarabocchiata e deturpata in ogni suo angolo. Non si salva neanche la casa natale di Gabriele D’Annunzio che sulla facciata laterale, quella di via Catone, è marchiata da scritte gigantesche e insulti vari che ne fanno l’emblema del degrado cittadino. Perché il fenomeno riguarda tutta la città, da Santa Filomena alla Pineta: scritte, sigle, disegni, e scarabocchi perfino sulle scale, sui cestini dei rifiuti e lungo i cornicioni, senza contare i soliti ponti dove gli autori sono sempre gli stessi, con le firme che si alternano generalmente tra “Salto” e «Josen».
Una vergogna a cui lentamente e incosciamente ci si abitua, fino a quando la facciata colpita è del proprio palazzo, la saracinesca è del proprio garage, la vetrina è del proprio negozio. E allora, a quel punto, chi paga?
Paga il proprietario, a meno che, cosa assai rara, non si becchino i vandali all’opera, com’è successo qualche tempo fa quando i vigili urbani sorpresero un gruppetto di ragazzini a imbrattare il muro del parco dell’ex caserma di Cocco. Erano minorenni, la polizia municipale, d’accordo con la Procura e con la collaborazione dei genitori, li salvò dalla segnalazione al Tribunale dei Minori a patto che le rispettive famiglie ripulissero a loro spese, come hanno fatto, tutta la facciata imbrattata. Ma sorprendere il vandalo è quasi impossibile, anche se stupisce perché di fatto tutta la città, al centro come in periferia, è ricoperta di inchiostri colorati sparati con le bombolette da veri e propri fatasmi. Che nessuno vede mai, anche se sfidano zone illuminate e strade trafficate. Basta farsi un giro: sui muri della Asl di via Rieti, sull’intera facciata del Mediamuseum, in tutta la zona di Pescara Vecchia e tra le traverse di via Nicola Fabrizi, lungo viale Bovio, a Porta Nuova, ovunque campeggiano disegni e scarabocchi. Ne basta uno, anche in formato ridotto, per mortificare un’attività appena aperta, una facciata appena rifatta o una scuola. Alle elementari di Borgo Marino, per esempio, qualcuno è riuscito ad arrampicarsi fino al secondo piano per lasciare la propria impronta su due finestre. Ma addirittura in via Colonna c’è chi ha scavalcato il cancello per andare a lasciare il segno sul muro di una villetta oppure, com’è successo in via Venezia, si sono arrampicati sul cornicione del palazzoo all’angolo con via Firenze per gridare a tutti la propria esistenza.
E se poi si chiamano vandali, o writers, è soltanto un dettaglio. Basta guardare com’è ridotto il complesso di piazza Salotto, dall’Elefante ai portici di via Nicola Fabrizi: intere facciate utilizzate come lavagna per celebrare un amore, una data, una firma. Ancora qui, Josen o Salto, Salto o Josen.
«Nella maggior parte dei casi non siamo di fronte a murales o a espressioni d’arte pittorica», sottolinea Antonio Blasioli, presidente del consiglio comunale, «ma a scarabocchi che un tal Salto che ha firmato ogni angolo della città come foss eun cane che delimita il proprio territorio». Una situazione al limite, considerando che a Salto si aggiungono le dichiarazioni d’amore, gli insulti e gli slogan politici che spesso occupano intere facciate, come in via Firenze, all’angolo con via Ravenna, o in via Rossini (zona villa de Riseis) o addirittura sull facciata di una chiesa, quella dello Spirito Santo.
«A questo punto anche Pescara ha bisogno di adottare iniziative per arginare il fenomeno», continua Blasioli, iniziando innanzitutto a ripulire le pareti della città imbrattate, coinvolgendo anche i condomini privati. Poi occorre istituire un tavolo tecnico con le forze dell’ordine per rafforzare la macchina dei controlli e della repressione, coinvolgendo le famiglie e facendo capire ai genitori che se i figli vengono sorpresi a sporcare la città, le spese di ripristino graveranno su di loro. Ormai la città è piena di scritte e la situazione, che è difficile da arginare, rischia di aumentare il senso di insicurezza. Vedere casa D’Annunzio costantemente bersaglita da scritte», conclude Blasioli, è qualcosa di doloroso».
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