La confessione del papà: mio figlio non ha sofferto

24 Luglio 2014

«Nelle pratiche dell’adozione era evidenziato il mio disturbo» E davanti al gip rivela: «Volevo uccidere anche mia moglie»

PESCARA. Alle due di notte del 18 luglio Massimo Maravalle, il tecnico informatico di 47 anni, confessa alla squadra Volante: «Stasera ho avuto un raptus, ho soffocato Maxim con il cuscino mentre dormiva». Alle 6.10 l’uomo viene arrestato dalla Squadra Mobile di Pierfrancesco Muriana e dalla Squadra Volante di Alessandro Di Blasio e interrogato alla presenza del pm Andrea Papalia e del suo difensore Alfredo Forcillo, reiterando quella confessione che ha impressionato gli inquirenti per la sua lucidità: Maravalle, per tutta la notte, così come nell’interrogatorio in carcere, ha raccontato il delitto in maniera fredda smarrendosi, poi, sulle ragioni che l’aveva portato a uccidere il figlio di 5 anni. «Ho percepito la cessazione del respiro di Maxim», dice l’uomo agli inquirenti nel primo interrogatorio anche se, in quello successivo in carcere, ha modificato la dinamica: Maravalle non avrebbe ucciso Maxim soffocandolo con il cuscino ma avrebbe tappato la bocca e il naso al piccolo raccontando pure che, in quella testa andata in tilt, con le voci di «un complotto», avrebbe pensato pure di uccidere la moglie Patrizia Silvestri. Ecco il testo dell’interrogatorio di Maravalle quando l’uomo ha messo a verbale il delitto e il raptus.

Maravalle: «Non avevo problemi con Maxim». «Ho avuto un raptus mentre mio figlio dormiva nel suo letto. Sono entrato nella sua stanza con un cuscino prelevato dal soggiorno, ho chiuso la porta, ho poggiato il cuscino sul viso del bambino e l’ho soffocato nel sonno». Inizia così la confessione di Maravalle, l’uomo che è stato trovato in stato confusionale dagli agenti e poi finito in carcere dove, per le sue condizioni, è sotto stretta sorveglianza. «Non so spiegare il motivo del mio gesto, non avevo problemi con mio figlio». Il piccolo Maxim era arrivato in casa Maravalle, un appartamento al secondo piano di via Petrarca, a tre anni da poco compiuti e aveva trovato una famiglia premurosa, attenta la bimbo. E’ anche questo, quello che l’uomo ha cercato di spiegare al pm: Maxim era stato accolto con gioia.

«Il mio disturbo non è stato ritenuto tale da impedire l’adozione». Maravalle riprende a parlare e illustra agli inquirenti il suo disturbo. «Assumo dei farmaci prescritti da uno psichiatra per un disturbo psicotico atipico da alcuni anni. Da 4 giorni avevo però smesso di assumere farmaci e non so se questo può essere correlato al raptus». Continuando a rispondere alle domande, l’informatico parla dell’adozione di Maxim. «Tengo precisare che il raptus che ho avuto non è in alcun modo correlato al fatto che il bambino fosse adottivo in quanto non ho mai avuto pregiudizi. Il mio disturbo era comunque precedente alle pratiche per l'adozione. Non ho percepito reazioni di mio figlio in relazione al soffocamento e credo che non se ne sia nemmeno accorto. Nelle pratiche dell’adozione era stata evidenziata l’esistenza del mio disturbo che però non è stato ritenuto tale da impedire il buon esito della pratica». Rispondendo ancora Maravalle aggiunge di «aver sospeso i farmaci 4 giorni fa», di essere confuso, di non sapere perché ha ucciso il bimbo.

«Ho percepito che Maxim non respirava più». «Ricordo con precisione il momento in cui ho soffocato mio figlio e ho percepito la cessazione del suo respiro. Ricordo di aver preso una busta della spazzatura rosa con cui mi sono recato nella stanza di mia moglie e ho anche qui dei vaghi ricordi. Non ricordo di aver detto nulla a mia moglie con riferimento alla busta e non so neppure perché l’ho presa, forse perché volevo metterci il cuscino». Nel successivo interrogatorio in carcere, Maravalle avrebbe detto che «voleva uccidere la moglie». L’uomo, quindi, chiosa: «Al risveglio mia moglie si è subito preoccupata per Maxim, è andata nella sua stanza e ho notato che stava quasi per svenire quando l’ha visto in quelle condizioni nel letto e mi ha detto: “Che cosa hai fatto?”. Io rispondevo “niente”, “non ho fatto niente”, non volevo dire a mia moglie quello che avevo fatto...». ©RIPRODUZIONE RISERVATA