La confessione di un complice dietro le condanne per la rapina

7 Marzo 2024

Il racconto di Mancini confermato dalle impronte di Nobile sul casco che indossava uno dei banditi E il giudice conferma: la pistola presa alla guardia giurata, fu usata per uccidere Albi e ferire Cavallito

PESCARA. I motivi per i quali il gup Fabrizio Cingolani ha condannato, con il rito abbreviato, Mimmo Nobile e Maurizio Longo a 7 anni e mezzo di reclusione, quali responsabili della rapina al Centro Agroalimentare di Cepagatti dell’11 luglio del 2022, ruotano attorno alla figura di Renato Mancini. Quest’ultimo, che insieme a Fabio Iervese nello stesso procedimento ha patteggiato 2 anni e 4 mesi di reclusione per aver fornito supporto logistico per quella rapina, è stato il primo a confessare tutto sulla sua partecipazione al colpo, riferendo al pm Luca Sciarretta oltre ai particolari dell’organizzazione della rapina (un colpo da 30 mila euro nel quale venne portata via alla guardia giurata la pistola, poi usata per l’omicidio Albi), anche i nomi di Nobile e Longo quali esecutori materiali. . Il giudice elenca in maniera dettagliata i fatti nella sua sentenza: «La proposta di commettere la rapina presso il Centro Agroalimentare», dice riferendosi a Mancini, «gli era stata effettuata dal suo grande amico Nobile, con il quale aveva svolto dei sopralluoghi per verificare il consueto orario di arrivo delle guardie giurata da rapinare. Nobile gli aveva detto», prosegue il giudice, «che a commettere materialmente la rapina sarebbe stato lui unitamente al suo amico Maurizio Longo».
Certo che poi, a blindare l’accusa contro Nobile, è arrivata l’impronta sul casco che indossava uno dei rapinatori (Nobile appunto), rimasto nel Centro dopo la colluttazione con la guardia giurata: è stato un elemento fondamentale per incastrare Nobile visto che su quel casco è stata ritrovata una sua impronta. E per spiegare i rapporti tra Mancini e Nobile e soprattutto tra quest’ultimo e Longo, il giudice parla lungamente anche dell’omicidio di Walter Albi e del tentato omicidio di Luca Cavallito, il 1° agosto del 2022 nel bar del Parco e con la stessa pistola presa nella rapina al Centro. «Quanto agli attuali rapporti di frequentazione, amicizia e collaborazione in azioni illecite esistenti tra Nobile e Longo, e sui quali hanno riferito Mancini e Iervese, vengono in rilievo alcune fonti di prova acquisite nel procedimento relativo all’omicidio». E qui si arriva al rinvenimento, in un’area caratterizzata dalla presenza di una fitta vegetazione ubicata in strada vicinale del Pantano, di una serie di oggetti (moto rubate, caschi, scarpe e soprattutto il castello della pistola con il caricatore, usati per l’omicidio secondo gli inquirenti) e in particolare di un casco Grex rinvenuto il 1° agosto 2022 (giorno dell’omicidio) nello stesso punto dove un mese più tardi vennero trovati altri reperti.
«Gli accertamenti tecnici compiuti dai Ris», aggiunge il giudice, «hanno permesso di appurare che il materiale biologico rinvenuto sul casco integrale nero Grex appartiene a Longo. Quest’ultimo dato riveste una importanza elevata nel presente procedimento, in quanto il casco Grex è stato trovato nello stesso luogo dove è stata ritrovata la pistola sottratta alla guardia giurata ed utilizzata da Nobile per attuare l’azione omicidiaria». E a conferma «degli attuali rapporti di frequentazione, amicizia e collaborazione in azioni illecite esistenti tra Nobile e Longo, vengono in rilievo le dichiarazioni di Luca Cavallito», al cui contenuto integrale il gup fa riferimento nella sua sentenza. E quindi il giudice conclude la sentenza affermando che le dichiarazioni di Mancini e Iervese «appaiono pienamente coincidenti con le risultanze probatorie in atti, come evidenziato dall’analitica ricostruzione del pm: da ciò deriva che anche le dichiarazioni a carico degli odierni imputati sono caratterizzate da plurimi riscontri in punto di valutazione della prova... pertanto la concordanza dei predetti elementi consente di pervenire alla certezza processuale sia della sussistenza del fatto tipico, sul piano oggettivo e soggettivo, sia dell’attribuibilità dello stesso ad entrambi gli imputati».
Poi il giudice spiega nei dettagli la quantificazione della pena che, alla fine, cristallizza in 7 anni e mezzo di reclusione ciascuno.
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