La costringono ad abortire e gettano il feto nel water

Sviluppi inquietanti nell’inchiesta sul racket del sesso sgominato dalla Mobile Prostituta racconta: mi hanno dato decine di pillole e ho perso il bambino
PESCARA. Controllata a vista dai suoi sfruttatori, era costretta a prostituirsi e a versare nelle loro mani tutto ciò che incassava, ma non era mai abbastanza. Non aveva libertà, dipendeva completamente da loro e quando ha scoperto di essere incinta è stata obbligata ad abortire clandestinamente, espellendo il feto nel water di una stanza di albergo, dove viveva. E' la storia di sottomissione assoluta a cui è stata sottoposta una prostituta romena arrivata in Italia 4 anni fa per trovare lavoro e finita nelle grinfie di un clan di sfruttatori, composta da 13 persone, che monopolizzava l'attività delle squillo nella zona sud e della pineta. Un racket da 100mila euro al mese.
La squadra mobile ha smantellato il gruppo il 9 febbraio: 11 arresti. Non solo uomini, ma anche donne "caporale" addette alla gestione delle squillo. Facevano sottostare le prostitute a controlli ferrei, asfissianti e incessanti, con minacce continue e turni di lavoro pesantissimi, per fare soldi da inviare a Romania. Due ragazze, si era saputo allora, hanno dovuto accettare di abortire illegalmente in un hotel, ingerendo quantità elevate di un gastroprotettore, il Cytotec, e una delle due è finita in ospedale.
Subito dopo il blitz della mobile, due mesi fa, si è fatta avanti un'altra vittima, una 22enne, riuscita a liberarsi dagli aguzzini grazie all'aiuto di un cliente, quando non ne poteva più di botte e soprusi. Dopo aver saputo degli arresti si è presentata in questura e ha raccontato alla Mobile, diretta da Pierfrancesco Muriana, cosa ha subito da due componenti di quel gruppo, Vasilica Mihai e la compagna Stefania Florentina Sin, 33 e 26 anni.
La obbligavano a prostituirsi, minacciandola di picchiarla, e lei ha dovuto obbedire, considerato che era sola, non conosceva nessuno, non aveva denaro, non parlava la lingua italiana e vitto e alloggio erano pagati dagli sfruttatori. La dipendenza era totale, senza scampo:
«Non sono mai fuggita», ha detto alla polizia, «perché ero controllata quasi a vista, non avevo soldi e non sapevo da chi farmi aiutare. Ero giovane, mi sentivo completamente dipendente da loro, terrorizzata dal fatto che mi minacciavano anche fisicamente. Non ho mai avuto modo di contattare i miei familiari in Romania che non sento da quattro anni».
Anche lei ha dovuto abortire, quando era al quarto mese di gravidanza, e nonostante che avesse annunciato un paio di mesi prima di essere incinta è stata forzata a lavorare. Quando «cominciava a essere evidente la pancia», ha detto agli agenti, «mi hanno costretto a prendere alcune pillole, piccole e bianche, per procurarmi l’aborto», verosimilmente il Cytotec. Ne ha ingerite inizialmente una decina, senza alcun effetto, per cui «me ne hanno fatte prendere un’altra decina. Ho iniziato a sentire dolori terribili ovunque, tanto da cadere a terra nel corridoio dell'albergo. Ho espulso il feto in bagno» e per cancellare ogni traccia di quell'orrore la donna caporale ha «tirato l'acqua per disfarsene». Nessun soccorso, nessuna cura medica, niente ospedale, e dopo 5 giorni la ragazza è stata di nuovo mandata in strada. Per quell'episodio i due, già arrestati a febbraio, sono ora indagati per procurato aborto.
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