La faccia bella di Villa del fuoco: «Noi, volontari di frontiera»

1 Marzo 2020

Le testimonianze di chi, nelle parrocchie del quartiere, opera in prima linea tra mille difficoltà: scout, azione cattolica, attività di doposcuola, mercatini organizzati dalle mamme e una biblioteca

PESCARA. Un destino comune votato all’impegno. Lontano dai riflettori e dai discorsi di facciata. Un lavoro silenzioso e quotidiano per rinsaldare i rapporti umani e costruire integrazione sociale in un quartiere difficile come Villa del Fuoco.
È un volontariato di frontiera quello che ruota intorno alle due parrocchie degli Angeli Custodi e della Madonna del Fuoco, all’ombra delle case popolari del Ferro di Cavallo e di via Tavo. A portarlo avanti, con passione e spirito cristiano, sono uomini e donne che non si riconoscono in sigle o associazioni, ma hanno scelto di mettere la loro vita al servizio di una comunità complessa, sempre più spesso al centro delle cronache per le tante divisioni fra abruzzesi e rom, ma anche fra cattolici, mussulmani e ortodossi.
MADONNA DEL FUOCO. La parola d’ordine è “servizio”. Darsi da fare, ognuno nel proprio piccolo, un mattoncino alla volta. E poco importa se, come ripetono, gli investimenti pubblici e i fondi dei progetti europei (al di là di qualche sporadica eccezione) non hanno mai realmente inciso sulla zona. «Ci accontentiamo di questa sede fatiscente che cade a pezzi», sospira Paolo Di Battista, assieme alla moglie, Zelda Recchia, tra i capi scout del gruppo Pescara 8, fondato nel 1974 da don Giuseppe Comerlati nella parrocchia della Madonna del Fuoco. «Non ci arrivano nemmeno le briciole», aggiunge, «i locali dove ci riuniamo si dovrebbero rifare, ma poi chi paga? Non possiamo chiedere questo sforzo alle famiglie che già per mandare i figli agli scout fanno sacrifici immensi. Solo una volta siamo riusciti a recuperare 200 euro con un progetto regionale. Una miseria, ma siamo stati felicissimi perché ci siamo pagati un’uscita di gruppo».
«Qui ci sono disagi enormi: economici, culturali, sociali», aggiunge Zelda, «la chiesa è un punto di riferimento, ma se mettiamo la cassetta delle offerte davanti al presepe la dobbiamo sorvegliare. Una volta l’abbiamo trovata buttata nel campo sportivo. Le difficoltà ci sono, non le nascondiamo, però in tanti ci diamo da fare gratuitamente per gli altri. Ci crediamo, sottraiamo tempo alle nostre famiglie perché ci è stato dato un seme».
I numeri raccontano di comunità vive e attive in cui bimbi cattolici e bimbi ortodossi giocano insieme, indipendentemente dalla religione. Ragazze madri, giovani con problemi di droga o famiglie con vissuti di violenza trovano un punto di riferimento nei vari gruppi parrocchiali, partecipano alle iniziative ludiche e ricreative organizzate in una rete di solidarietà che vede impegnate le chiese del territorio, compreso quella del Beato Nunzio Sulprizio, assieme alla Caritas e a qualche altra associazione attiva nel terzo settore.
Alla Madonna del Fuoco oltre 150 ragazzi frequentano i corsi post cresima con don Carmine e un altro centinaio, dagli 8 ai 21 anni, sono iscritti ai gruppi scout. Poi ci sono i neocatecumenali, un’altra realtà molto numerosa e affiatata.
ANGELI CUSTODI. Agli Angeli Custodi, oltre alle famiglie che partecipano attivamente all’organizzazione della festa parrocchiale con il parroco don Massimiliano - un momento conviviale molto sentito e partecipato che quest’anno animerà il quartiere dal 26 al 28 giugno - si organizzano corsi di doposcuola, di lingua inglese o spagnola e di musica, attività di vario tipo con gli scout del gruppo Agesci Pescara 7 o con l’oratorio per coinvolgere i più giovani attraverso il calcio o la pallavolo, ma anche giovani coppie, adulti e anziani con il taglio e cucito, burraco o pilates.
AZIONE CATTOLICA. Un’altra fetta di persone, circa 50 dai 5 ai 30 anni, partecipa ai momenti di incontro con l’Azione Cattolica, presieduta da Mariagrazia Parente. «Una caratteristica delle periferie», racconta Roberta Silvestri, anima del comitato festa degli Angeli Custodi e di tante altre iniziative, «è che alle attività della chiesa partecipano bimbi e ragazzi di varie etnie e religioni, anche se poi non vengono a messa. Noi accogliamo tutti, come ci ha insegnato don Giuseppe Scarponi, il nostro vecchio parroco, seguendo l’esempio del vangelo. Le diversità aiutano a crescere, a conoscere realtà differenti e a capire che nella vita non c’è una sola strada, ma tante alternative. I bambini del catechismo hanno notato che i coetanei ortodossi fanno il segno della croce in maniera diversa. Gli abbiamo spiegato il perché e loro lo hanno compreso, è nato il rispetto della diversità, il desiderio di stare insieme nonostante le differenze».
Qualche tempo fa, grazie a un annuncio su Facebook e alla solidarietà spontanea di famiglie di altre zone della città e di Comuni limitrofi, i volontari sono riusciti a realizzare una piccola biblioteca di quartiere e una sala giochi. Di tanto in tanto le mamme si mettono insieme e organizzano mercatini per scambiarsi le divise degli scout e altri indumenti, in modo da favorire il riuso ma soprattutto ammortizzare le spese del bilancio domestico. Come racconta Mariagrazia, la tecnica è spesso quella di trasmettere messaggi profondi attraverso i momenti di gioco organizzati nelle feste (da quella parrocchiale a quelle collegate alle festività di Natale, Carnevale o Pasqua, dalla festa della pace a quella del “Ciao”, dai campi scuola estivi agli incontri con le altre parrocchie).
«L’educatore», spiega la responsabile dell’Azione cattolica, «deve riuscire ad accogliere al meglio, confrontandosi continuamente con la diversità o con vissuti problematici: ci vuole la regola, ma anche la capacità di trasmettere amore e accoglienza».
FERRO DI CAVALLO. «I più difficili da coinvolgere sono i rom», ammette Roberta Silvestri, «a volte andiamo a citofonare al Ferro di cavallo per invitarli alle iniziative e non sempre è gradito. I bambini riesci ad avvicinarli perché stanno per strada, a volte ti raccontano che fanno i corrieri o che hanno visto cose orribili, ma poi devi conquistare la fiducia dell’adulto e non è semplice. Quelli che partecipano sono pochi, ma ci sono e per noi è già tanto. La voglia di normalità si avverte soprattutto tra le giovani generazioni. La speranza è che, crescendo, i bambini che oggi vengono da noi, poi un domani possano fare altre scelte».
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