La famiglia di Massimo Ciarelli: «Basta con l’odio». Appello al sindaco

4 Luglio 2026

Migliaia di messaggi sui social plaudono alla morte del 43enne: «Gli rimproverano la semilibertà, ma il suo conto con lo Stato lo aveva già pagato. Chiediamo solo silenzio»

PESCARA. Ringraziano il karma, il cielo, esultano “per la bella notizia” e si augurano di leggerne altre dello stesso tenore e con le stesse vittime. “Uno in meno” è il commento più ricorrente, insieme a quelli in cui se la prendono con “giudici e magistrati” che hanno concesso la semilibertà a un omicida: “se stava in carcere ora era vivo e vegeto”. E addirittura c’è chi si duole che nello schianto non sia stato coinvolto anche un magistrato (colpevole di avergli concesso la semilibertà), “sarebbe stato epocale, ma va bene lo stesso”. Sono migliaia i messaggi di odio apparsi in questi giorni sotto le notizie pubblicate sui social relative alla morte di Massimo Ciarelli, il 43enne che 14 anni fa uccise con un colpo di pistola l’ultrà pescarese Domenico Rigante.

Condannato in primo e secondo grado a 30 anni, ridotti a 17 dopo che la Cassazione non ha riconosciuto l’aggravante della premeditazione, da un anno e mezzo Ciarelli era in semilibertà, impegnato nei servizi di volontariato, quando mercoledì pomeriggio, con la patente sospesa, si è messo alla guida del T-Max della madre ed è arrivato a Montesilvano per riaccompagnare l’amico, e di fronte all’alt dei carabinieri ha scelto la fuga finita con lo schianto mortale. «È morto un ragazzo e c’è gente che festeggia, che ringrazia il karma, che dice “meglio così”», dice Emilia Ciarelli, «ma dove siamo finiti? Tutto questo odio è troppo».

A nome e per conto della famiglia, la cugina del 43enne deceduto sulla statale di Silvi chiede «almeno un po’ di silenzio». E aggiunge: «Il razzismo contro di noi c’è sempre stato e abbiamo risposto sempre con il silenzio. Ma tutta questa violenza contro Massimo, che aveva già pagato per quello che è successo, fa troppo male. Che poi sono i leoni da tastiera, perché Massimo aveva tanti amici, c’è anche una Pescara che gli ha voluto bene, che l’ha conosciuto per quello che era veramente».

Ma adesso «al dolore si aggiunge il dolore per tutte queste cattiverie. È troppo veramente, anche se in questo momento bruttissimo sono altre e più dolorose le cose a cui dobbiamo pensare, ma veramente è troppa cattiveria, fa veramente male». Parla di un clima avvelenato come non si vedeva da tempo e teme anche che «tutto questo odio» possa generare dell’altro: «I nostri ragazzi vanno al mare, girano la città, con tutta questa cattiveria contro di noi, quest’odio, che ne sai...». Il timore è che «contro di noi», dice, si rischi così di riattivare un conflitto sociale come quello acceso dall’omicidio di 14 anni fa, con il corteo fino al Comune dove in centinaia andarono a urlare “via i rom dalla città”.

Da allora, anche dietro i ripetuti inviti della famiglia della vittima, e con l’azione congiunta di forze dell’ordine e istituzioni, la tensione era andata via via scemando, ristabilendo con il tempo una reciproca attitudine a ignorarsi. Fino all’incidente di mercoledì e alla notizia della morte di Massimo Ciarelli che ha riacceso tensioni pesanti, anche se solo virtualmente. «Lo accusano di stare in semilibertà, che chissà che stava facendo, ma cosa? Massimo il suo conto con la giustizia l’aveva pagato, la semilibertà l’ha ottenuta per il suo percorso e la sua condotta, continuava a fare volontariato, a impegnarsi per gli altri».

Di qui l’appello al sindaco: «Sì, mi appello a Masci, chiediamo solo un po’ di silenzio davanti a una persona che è morta e per cui non si può gioire. Il problema è che nessuno ci rappresenta, si ricordano che siamo pescaresi solo quando si deve votare, allora sì che lo siamo. Per il resto solo razzismo nei nostri confronti, da sempre, ma adesso anche di più. Massimo aveva pagato il suo conto con lo Stato, quello che è successo, e che non doveva succedere, l’ha raccontato bene il poliziotto che era andato a prenderlo per arrestarlo».

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