La furia di Campitelli «Qualcuno spinge, è giustizia ingiusta»
Il patron: Torres e Lamezia salvate anche se lì c’erano le telefonate, l’Ascoli stralciato. Così non è corretto
TERAMO. Combattivo a parole ma mogio mogio in mattinata, una furia scatenata nel pomeriggio. Le due facce di Luciano Campitelli nel suo giorno più nero sono, in realtà, le due facce di una stessa medaglia. L’uomo è fortemente provato, il presidente non molla a annuncia battaglia fino in fondo.
In mattinata Campitelli viene chiamato in municipio dal sindaco Maurizio Brucchi, al fianco del quale rilascia delle dichiarazioni alla stampa. Parla di «sentenza che fa male soprattutto per i tifosi», e su quanto scritto dai giudici del tribunale federale commenta: «Da quello che abbiamo letto, la mia persona non c’è (nella combine, ndr) in nessun rigo. Hanno preso le stesse motivazioni della Procura, questi giorni sono stati spesi per nulla. Per condannare ci vogliono le prove e qui le prove non ci sono. Ci hanno dato un contentino (si riferisce al -20 sparito nella sentenza, ndr) ma io spero nella B perché la meritiamo, città e provincia comprese. Credo che giustizia sarà fatta e che questa battaglia la vinceremo». A chi gli chiede se lascerà la società in caso di conferma della condanna, risponde: «Io non mollo, dovrò mollare per forza se mi impediranno di fare il presidente ma comunque sarò vicino al popolo biancorosso».
Ben diversi i toni nel pomeriggio, al telefono con il Centro. Perché nel frattempo Campitelli ha letto le sentenze su Torres e Vigor Lamezia, le altre società su cui pendeva la responsabilità diretta, che poi è caduta. Entrambi i club conservano la categoria con penalizzazioni soft e il confronto con i loro casi fa infuriare il patron del Teramo. «Torres e Lamezia avevano le dirette, gliele hanno tolte», urla Campitelli, «e i due presidenti avevano telefonate con Di Nicola! Su di me solo supposizioni e ci tolgono due categorie. E poi Corda: ha messo dentro il mondo intero ed è stato giudicato credibile, non è più credibile quando invece tira fuori me? Qui c’è qualcosa che non quadra, a me non è stato dato lo stesso trattamento degli altri. Perché? C’è qualcuno che spinge così forte? Qui non è uno scherzo, ci stanno di mezzo oltre 10 milioni e 50-60 famiglie rimangono a piedi. Sono cose grosse!».
Campitelli, insomma, vede l’ombra del complotto. E il primo dei suoi cattivi pensieri è per l’Ascoli. «Perché hanno stralciato l’Ascoli e lo giudicheranno tra mesi? Qui va riscritta tutta la storia, questa giustizia non è corretta. Andremo molto in alto per capire, nel calcio va riportata correttezza».
Se gli chiedi se non si senta in qualche modo responsabile per la mazzata caduta sul Teramo, il patron replica: «Sono responsabile perché non ho saputo controllare. Non ho comprato niente ma sì, l’omesso controllo me lo prendo. È che siamo cresciuti in fretta e forse bisognava andare a scuola. La testa è rimasta quella dell’Eccellenza e della Promozione».
Pentito di non aver parlato né a Catanzaro, né davanti al tribunale federale? «Per Catanzaro non sono pentito, per non aver parlato a Roma invece sì. Avrei fatto capire ai giudici che ero pulito, ma si era fatto tardissimo... come si fa a chiudere un processo all’una di notte? Non poteva durare due giorni invece che uno? Ora», conclude Campitelli, «vorrei parlare in appello, ma non credo sarà possibile».
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