«La giustizia prima di ricostruirsi»

17 Luglio 2014

Parla la scrittrice Mukagasana, ospite dei Cantieri dell’Immaginario

L’AQUILA. Dopo l'odio più sanguinario l'amore è l'unica scelta possibile e di fronte alla sofferenza più atroce si può ricostruire un futuro, lo insegna da anni Yolande Mukagasana, nata a Butare nel 1954, sopravvissuta al genocidio dei Tutsi in Rwanda del 1994. In quell’occasione il marito e i suoi tre figli furono uccisi.

La Mukagasana, autorevole scrittrice del Rwanda, nel 2011 candidata al premio Nobel per la pace, ieri era all'Aquila. Dal 2006 collabora in Italia con la fondazione onlus Bene-Rwanda. A lei è stato affidato il prologo di “Night Commuters” spettacolo prodotto dalla Società aquilana dei Concerti “B. Barattelli” nell'ambito de I Cantieri dell'Immaginario. Yolande ha incontrato Il Centro prima dello spettacolo.

Nel 2003 la Mukagasana ha ottenuto la “Menzione onorevole Unesco per l'Educazione alla pace”, per anni ha insegnato il bene a tanti bambini non suoi.

L'amore e la pace sono stati una scelta o una necessità? E il suo Paese ha fatto lo stesso percorso?

«Il genocidio ci fu perché non esisteva né amore né pace, l'odio era diffuso e insegnato dal Governo alla popolazione. L'odio è un sentimento che distrugge anzitutto chi lo prova, e poi anche la vittima. Non saprei se il Rwanda ha seguito me, o io ho seguito il mio Paese. Il Rwanda oggi insegna pace e ricostruzione, e quindi ci siamo ritrovati. E' una scelta amare o odiare, il mio Paese ha scelto di smettere l'autodistruzione».

Cosa ha prodotto odio così feroce, tra persone che vivevano le une a fianco delle altre?

«In Rwanda dal 1959 i Tusti sono sempre massacrati, in modo sistematico, mai c'è stata giustizia per quanto accaduto. Noi siamo stati vittime del sistema coloniale Belga che ha diviso la popolazione in Utu e Tutsi, creando la carta d'identità etnica. Quelle erano le basi per il futuro genocidio. Dalla colonizzazione in poi la politica rwandese è stata basata sul divisionismo. Per questo è stata una lunga preparazione, non qualcosa che è nato dall'oggi al domani, sono percorsi lunghi quelli che conducono a un odio così profondo».

Non si può fare un parallelismo tra ciò che è accaduto in Rwanda e quello che è accaduto a L'Aquila nel 2009, ma in venti secondi tanti hanno perso figli, mariti, mogli, proprio come lei. Cosa vorrebbe dire a loro?

«La forza per ricostruirci dentro deve venire dal nostro profondo. Io ho consultato psichiatri, psicologi, nessuno ha potuto aiutarmi, ho dovuto fare forza su di me. Se avessi una ricetta la donerei, ma non c'è. Ho capito che solo tu stesso puoi ricostruire il tuo cuore. Ci sono però fattori indispensabili, per me era ottenere la giustizia per le vittime. Così gli aquilani devono pretendere la giustizia perché aiuta a ricostruirsi».

Lei ha scritto libri di grandissima importanza (in italiano editi “La morte non mi ha voluta” 1998, “Le ferite del silenzio” 2008, “Un giorno vivrò anche io” 2011, ndr) conosceva la scrittrice sudafricana Nadine Gordimer, spentasi a 90 anni dopo una vita contro l'apartheid?

«L'ho conosciuta attraverso il suo lavoro contro l'apartheid, per me una persona non muore mai, per cui lei è ancora viva. Finché ci ricorderemo il suo insegnamento, la sua opera e la sua azione, non morirà. Ci dobbiamo ricordare di lei applicando quello che ci ha lasciato».

Dopo tanti anni di esilio in Belgio, Yolande Mukagasana dal 2011 è tornata a vivere in Rwanda. Perché è tornata?

«Ho scelto di tornare e vivo nello stesso luogo dove c'era la mia casa, lì dove hanno massacrato mio marito e i miei figli. Ho deciso di ricostruire la vita sulla morte. A tornare mi ha spinto anche la convinzione che l'Africa ha molto più bisogno di me dell'Europa».

Barbara Bologna

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