«La lingua italiana sta bene, ma in Abruzzo la scuola deve fare più formazione»

3 Dicembre 2023

Il linguista, 92 anni tra pochi giorni, ha presentato a Guardiagrele l’ultimo libro «Meglio arrusticine o rustelle? Sicuramente arrusticine, si mangiano volentieri»

Alla presentazione del suo ultimo libro arriva con mezz’ora d’anticipo. Gira lo stand della sala consiliare in cui sono esposti i libri che vengono presentati da tre giorni e fino a oggi, li accarezza uno a uno, li sfoglia, legge qualche frammento di paragrafo, soprattutto di quelli storici. Poi inizia a dispensare sorrisi a tutti. Si intrattiene per qualche scambio di battute con gli studenti delle scuole superiori. Un dialogo franco, più che da insegnante universitario con i suoi discenti, da nonno con i nipoti. Perché il linguista Francesco Sabatini, 92 anni il prossimo 19 dicembre, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, è fatto così: naturalezza, gentilezza e riservatezza, con tutti. Solo da mezz’ora sa che sarà intervistato dal Centro e che si andrà di corsa perché la scaletta di “Leggere Pagine”, la festa del libro di Guardiagrele giunta alla 8ª edizione e organizzata dalla Fondazione San Nicola Greco, va rispettata negli orari anche perché molti autori vengono da lontano e ripartono dopo le presentazioni. E per Sabatini l’intervento c’è alle 17. Guardiamo l’orologio, sono le 16.50, ci infiliamo in un corridoio del municipio, due sedie sono lì una di fronte all’altra. Ci presentiamo. Mi scuso per il fuoriprogramma e che andremo di corsa, ma risponde che è felice per questa iniziativa del Centro. Il libro “Italia: lingue e territori” (Accademia della Crusca, 2023) può attendere, giusto 15 minuti.
Allora professor Francesco Sabatini, come siamo messi con la lingua italiana?
«Andiamo avanti abbastanza bene. C’è movimento in tutte le lingue: che ci siano lingue invadenti come l’inglese, com’è avvenuto altre volte per il francese, è un fatto scontato, che dimostra anche la vitalità dei rapporti con altri popoli e con altre storie. Però se facciamo un confronto con un secolo e mezzo fa, ormai l’italiano lo parlano tutti in maniera accettabile, sopravvivono i dialetti perché sono legati alle forme di attività, di lavoro, di vita e di tradizioni locali ed è bene che sopravvivano. Però c’è anche una capacità di parlare e di scrivere in italiano che prima non c’era, il che vuol dire che la scuola fa abbastanza, anche se potrebbe fare di più. Ci vorrebbero un impegno e una pianificazione più attenti nella formazione dei docenti, la chiave è lì. Però, insomma, la situazione va avanti».
In Abruzzo come andiamo?
«È inutile fare confronto con altre regioni: in altre città l’attività dei grandi centri di cultura è partita prima, i movimenti, le necessità, l’azione della scuola, il saper scrivere. Iniziative culturali come questa mostra di libri in gran parte sull’Abruzzo è un bene, fa vedere che c’è da studiare, osservare, raccontare sulla storia dei paesi e della popolazione abruzzese. Significa che il movimento c’è e la scuola fa la sua parte, ma dovrebbe essere aiutata di più la formazione specializzata dei docenti, questo sì».
Professore, stiamo diventando una regione che si apre molto all’accoglienza degli europei e soprattutto degli inglesi: dobbiamo essere noi bravi ad aiutare loro affinché apprendano l’italiano oppure è meglio che siamo noi a studiare la loro lingua?
«Sono due cose completamente diverse. L’inglese è una lingua mondiale e una certa conoscenza di questa lingua ormai è indispensabile per chi si muove da un paese all’altro, per chi durante il corso della vita ha tante occasioni per cercare di capire molte parole in inglese e farsi capire in alcune occasioni. Certo, non è molto attiva la diffusione dell’italiano all’estero, forse rispetto a 20-25 anni fa in cui c’era un impulso più forte, con occasioni più precise. Oggi tutto il mondo è in rivoluzione, in subbuglio».
Che cosa insegna ancora la lingua dal punto di vista del vivere in comunità?
«La lingua rispecchia tutte le abitudini, la cultura in tutti i sensi della popolazione che la parla. È chiaro che un deposito di informazioni, di storia di quella popolazione va documentata prima che sparisca del tutto».
Siamo bombardati da una infinità di informazioni che viaggiano a velocità supersonica ma non riusciamo a rapportarci con la lettura perché manca sempre il tempo: come lo risolviamo questo problema?
«Sono fenomeni mondiali e non solo italiani. Intanto gli italiani viaggiano molto di più per vacanze e per lavoro e attraverso i media arrivano notizie un po’ dappertutto, non manca questo canale. Certo, non è una regione in cui le iniziative di promozione della formazione generale e complessiva, che riguardano anche lo studio e il recupero delle tradizioni locali, ci siano, salvo negli ultimi tempi un fermento ben qualificato. Sono appena passato davanti alla mostra dei libri, qui a Guardiagrele, e che riguardano l’Abruzzo ed è stata una sorpresa: avevo saputo qualcosa ma il fatto di avere puntato in gran parte sull’Abruzzo dai tempi antichi ai più recenti è sicuramente un buon segno».
Che cosa ne pensa del dialetto abruzzese e come siamo messi a livello nazionale?
«Non ci sono personaggi di spicco né nel cinema né nel teatro e né occasioni di far parlare il dialetto abruzzese fuori dalla regione. I dialetti in Abruzzo sono diversi tra loro da luogo a luogo: c’è una parte centrale che conserva il dialetto più antico, quella della montagna dal Gran Sasso alla Maiella e alla valle del Sangro; poi ci sono le zone costiere che hanno innovato parecchio il dialetto. Il dialetto vive fin quando ci si sofferma nel territorio e ci sono attività e c’è qualcuno che lo studia anche scientificamente altrimenti un po’ alla vota sparisce, questo è ovvio».
Professore, in dialetto è meglo dire “arrusticine” o “rustelle”?
«Rustelle veramente non l’avevo mai sentito e se l’ho sentito non riuscivo ad identificare esattamente di che cibo si trattasse. Gli arrosticini è una parola strutturalmente italiana: sono piccole porzioni di carne arrosto. Comunque, sono più conosciuti credo come arrosticini. Rustelle è raro. Arrusticine si capisce meglio perché è più vicino alla parola italiana arrosto, li fa consumare meglio, li mangiano più volentieri».
C’è una parola in dialetto alla quale è molto legato?
«Sono parecchie. Comunque non ho perduto il dialetto abruzzese e da linguista cerco anche di spiegarne e di interpretarne la struttura. Per me il dialetto è abbastanza vivo».
Il dominio della finanza e dei mercati si fa sentire molto nelle metafore che utilizziamo tutti i giorni...
«I soldi sono sempre al centro di tutti gli interessi del momento e delle previsioni della vita. Termini dialettali riferiti alle finanze non li vedo pertinenti. In dialetto d’abitudine diciamo le solde e le quattrine».
Che cosa si deve fare per far legger di più?
«Bisogna frequentare la scuola bene: la scuola deve rendere capaci di leggere e capire i libri interessanti per i ragazzi. Il momento critico è fino a 25-30 anni quando uno è impegnato nella ricerca del lavoro, nel dare un assetto alla propria vita, e ci si distacca dalle tradizioni locali, dall’uso del dialetto, dalle cose di tutti i giorni che magari ha in casa. In Abruzzo bisognerebbe far leggere di più tenendo mostre di libri, e interagire con la scuola. Produrre libri sull’Abruzzo è necessario per conservare la memoria dei fatti e delle cose, questo potrà spingere a tenere vivo il dialetto che si affianca ed è correlato a queste cose».
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