«La lotta alla criminalità adesso viaggia sul web»

Il vice capo della polizia di Stato, Vittorio Rizzi: «Così oggi inseguiamo le mafie» Il progresso scientifico e le sfide tecnologiche cambiano il mondo delle indagini
PESCARA. Indagini che corrono sul filo delle piattaforme criptate, organizzazioni malavitose che muovono miliardi di monete elettroniche sempre più velocemente e sodalizi criminali che si allargano nei livelli del web più profondi. Un tempo c’erano i boss di mafia che comunicavano attraverso i pizzini, poi sostituiti dalle comunicazioni al telefono o via chat: un flusso di informazioni facilmente intercettabili e utilizzabili come fonti di prova.
Oggi, con l’avanzare del progresso scientifico, anche le investigazioni si sono trasformate in sfide tecnologiche sempre più complesse che pongono una serie di interrogativi: dalla preparazione culturale delle forze di polizia alla necessità di adeguare anche il paradigma normativo e penale ai mezzi digitali.
Le nuove minacce criminali e l’evoluzione del mondo delle indagini sono state il filo conduttore dell’incontro di ieri mattina, nella sala consiliare del Comune di Pescara, con il prefetto Vittorio Rizzi, vicedirettore generale della pubblica sicurezza con funzioni vicarie e co-autore assieme ad Anna Maria Giannini del volume “Investigare 5.0 - Criminologia e criminalistica – Viaggio nel mondo delle indagini”. L’iniziativa, promossa dal questore di Pescara Luigi Liguori, ha visto tra i relatori il procuratore della Repubblica Giuseppe Bellelli, che ha ripercorso il profilo dei reati che corrono sul web, e il docente ordinario di diritto costituzionale dell’università dell’Aquila Fabrizio Politi, che ha invece tracciato un quadro delle tutele e delle garanzie costituzionali quando si incrociano con le nuove tecnologie.
In sala ad assistere al dibattito una platea numerosa formata da autorità politiche, civili e militari - tra cui il prefetto di Pescara Giancarlo Di Vincenzo, i questori di Pescara e di Chieti Francesco De Cicco, il prefetto Luigi Savina, il comandante della Guardia di finanza di Pescara Antonio Caputo, il vicesindaco Adelchi Sulpizio, il presidente del consiglio comunale Marcello Antonelli, il parlamentare Guerino Testa, il vicepresidente del consiglio regionale d’Abruzzo Domenico Pettinari - dagli allievi agenti della polizia di Stato del 223° corso di formazione della scuola di Pescara e dagli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori. Prima di iniziare il convegno, Rizzi si è lasciato andare a un commento sulla morte del super boss Matteo Messina Denaro: «Segna la fine di un percorso mafioso legato alle stragi, oggi sia Cosa Nostra sia la ’ndrangheta si stanno riproponendo sul mercato del crimine internazionale in modo diverso, usando lo strumento della colonizzazione, andando a investire capitale all’estero e trasformandosi in impresa: è una mafia ancora più insidiosa di quella che abbiamo conosciuto in passato».
«Quando sono entrato in polizia, esattamente 35 anni fa», ha esordito Rizzi, «non c’erano il computer, Facebook e la posta elettronica. Il cambiamento viaggia in maniera talmente veloce che tutto ciò che è vero oggi sarà confutato domani dal progresso scientifico. La criminalità già non usa più il telefono ma le piattaforme criptate che hanno travolto il modo di fare investigazione perché non danno la possibilità di accesso dall’esterno, possono essere allocate in qualsiasi parte del mondo e se vengono violate dalle forze di polizia si azzera il contenuto». Per il vice capo della polizia gli strumenti giuridici per contrastare i criminali ci sono, ma in futuro deve cambiare anche il modo di legiferare. «Ad esempio non abbiamo una normativa sull’hackeraggio etico, sulla crittografia», specifica, «i carabinieri hanno arrestato il latitante Rocco Morabito facendolo cadere in una cybertrappola, grazie a una piattaforma criptata sulla quale parlava con i suoi complici, una sorta di moderno agente sotto copertura visto che era stata realizzata dalla polizia federale americana e australiana. Ma il progresso ci sta ponendo tanti interrogativi etici perché per due anni, nonostante vedessimo scorrere sulle chat tantissimi reati, non si è intervenuti, andando in contrasto con il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Siamo passati dal positivismo scientifico al relativismo: la prova scientifica non è vera in maniera oggettiva ma deve subire l’urto del contraddittorio, pensiamo al delitto di Meredith Kercher e alle tracce poi confutate sul gancetto del reggiseno».
Infine, Rizzi lancia un messaggio positivo sulle competenze del personale: «Le nostre forze di polizia sono all’avanguardia per la lotta alle mafie perché abbiamo strumenti di prevenzione unici al mondo come le interdittive antimafia del prefetto. Sotto il profilo dei talenti e delle competenze non abbiamo niente da invidiare a nessuno».
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