La mappa chiusa nel cassetto «Resort costruito sui detriti»
Spunta un documento del 1991, gli ambientalisti: struttura nell’area delle slavine Il docente Fazzini: «La valanga ha attraversato un percorso noto nel canalone»
PESCARA. Sarebbe stato costruito in una zona vietata l’Hotel Rigopiano: «Sopra colate e accumuli di detriti preesistenti compresi quelli da valanghe all’imbocco di un vallone». Lo testimonia la mappa Geomorfologica dei bacini idrografici della Regione Abruzzo risalente al 1991. E lo conferma anche Massimiliano Fazzini, climatologo dell’università di Camerino: il percorso di valanga alla base dell’Hotel Rigopiano, «posto poco oltre i 1.100 metri di quota, è un classico esempio di percorso abituale» favorevole «al distacco di grandi masse nevose», dice Fazzini. E le scosse di terremoto del 18 gennaio scorso, anche se non possono essere considerate «un fattore innescante», possono essere state una concausa della slavina, anche se avvenute molte ore prima. La collina sulla quale poggia l’albergo, spiega Fazzini, è legata all’accumulo da parte di dinamiche simili che hanno interessato nel passato quell’area e lì c’è un «conoide alluvionale attivo, che necessita particolare attenzione». Il manto nevoso, spesso oltre i due metri, sottolinea l’esperto, era caratterizzato da «uno strato basale di circa 70 centimetri di neve vecchia, sulla quale poggiava un possente accumulo di neve fresca spesso circa 130 centimetri. Tra questi due “pacchi” di neve c’era un sottile ma determinante strato di neve pallottolare che di fatto impediva la coesione tra le strutture nivologiche che ho detto, e soprattutto, rappresenta uno dei classici piani di scivolamento conosciuti».
Tornando alla mappa, ripresa e confermata nel 2007 dalla mappa del Piano di Assetto Idrogeologico della Giunta Regionale, è stata svelata dagli ambientalisti del Forum H2O Abruzzo: una scoperta che finirà negli atti dell’inchiesta della procura di Pescara, come ha confermato ieri il procuratore Cristina Tedeschini.
La mappa della Regione evidenzia nel sito «conoidi di deiezione», ossia «un’area rialzata formata proprio dai detriti che arrivano dal canalone a monte dell’albergo. Insomma, come stare proprio lungo la canna di un fucile che poi è stato caricato ed ha sparato», spiega Augusto De Sanctis. La mappa regionale, del Piano stralcio di bacino per l’assetto idrogeologico del 2007 che conferma quella del 1991, è la 350 Ovest rintracciabile sul sito della Regione: si vedono tre segni grafici verdi a forma di cono che convergono verso l’area dell’albergo, e rappresentano il movimento di flussi di materiale che nel tempo si è accumulato alla base del canalone.
Già dagli anni ’50 si ha memoria di una struttura di rifugio, ma l’hotel è stato costruito a partire dal 1967, inaugurato il 1° gennaio del 1972 e ingrandito tra il 2007 e il 2008. «Il fatto che ci fosse prima una struttura più piccola non vuol dire granché», spiega De Sanctis, «perché i tempi di ritorno di questi fenomeni estremi possono essere più lunghi di qualche decina di anni. Le carte del rischio tengono appunto conto di questa periodicità perimetrando aree sempre più vaste al crescere del tempo di ritorno. I geologi identificano le aree di rischio non solo attraverso gli eventi già noti, riportati nel catasto di frane e valanghe, ma anche e soprattutto su alcune caratteristiche specifiche del terreno a cui ricollegano il tipo di eventi che può verificarsi. E lì questi segnali dovevano essere evidentissimi, come spiegano queste mappe ufficiali».
L’esistenza di una mappa conoscitiva però, ad avviso di De Sanctis, non si è tradotta «per omissione della Regione in una mappa del rischio valanghe che era prevista dalla legge 47/92, cioè 25 anni fa. La legge prevede per le aree a rischio accertate o potenziali o l’inedificabilità o per strutture esistenti il divieto di uso invernale. Non è stato fatto un Piano Valanghe. Amaramente possiamo dire che per noi è routine trovare casi del genere, addirittura anche in Parchi nazionali, come in questo caso. Speriamo che non vi sia l’ipocrisia di nascondere la realtà: tutti giorni in Abruzzo la tutela di cose e persone dal rischio viene dopo i profitti e le grandi opere. Il caso del Rigopiano nasce da un brodo di coltura, con miriadi di casi di opere realizzate in aree rischiose da cui poi emerge la singola tragedia». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

