La marineria prepara la protesta: «Troppe spese, così ci rovinano»

24 Ottobre 2021

L’Associazione Armatori incontra i colleghi di Veneto, Marche e Emilia per fare fronte comune Il presidente Scordella: «Giornate di pesca ridotte e gasolio alle stelle, la Regione ci dia una mano»

PESCARA. Si sentono «con l’acqua alla gola» perché possono lavorare solo pochi giorni a settimana, in media uno su tre, devono sostenere troppi oneri e ora devono anche fare i conti con il caro gasolio, che è passato da 39 - 42 centesimi fino a 80. «Così non si può lavorare più». Il grido di allarme arriva dalla marineria e a lanciarlo non sono solo gli armatori delle 60 imbarcazioni a strascico di Pescara (sulle quali lavorano circa 250 - 300 persone) ma anche i rappresentanti delle marinerie di Marche, Emilia e Veneto, arrivati ieri in città per un’assemblea unitaria. Tutti insieme hanno fissato i tre punti fermi della battaglia che vogliono portare avanti congiuntamente, coinvolgendo ciascuno i colleghi delle regioni di appartenenza e, subito dopo, gli assessori regionali. L’intenzione è di arrivare a un tavolo unico, attorno al quale far sedere tutte le Regioni e tutte le marinerie, visto che «i problemi sono gli stessi per tutti, nell’alto e medio Adriatico».
Francesco Scordella, presidente dell’Associazione Armatori Pescaresi, riassume le tre questioni da affrontare con le istituzioni. La prima è quella del caro gasolio. L’aumento del prezzo «ci ha dato la mazzata definitiva, ci ha messo davvero in ginocchio, anche perché questa è una voce che incide per il 50%. Poi c’è la seconda questione, quella degli oneri da sostenere. Abbiamo un mare di spese, dobbiamo fronteggiare oneri tutto l’anno: anche se nell’arco di 12 mesi lavoriamo 120 giorni, noi paghiamo per 365». E qui si introduce la terza questione, quella del cosiddetto “sforzo di pesca”, con il calcolo delle giornate di lavoro. «L’Europa», spiega sempre Scordella, «ci chiede di lavorare sempre meno, per tutelare le risorse ittiche, e a noi sta bene, perché così si preserva il mare. Ogni anno il numero delle giornate di stop aumenta (ora siamo a 39), e arriveremo ad andare in mare 90 giorni l’anno, in tutto. Però è necessario che ci sia un equilibrio: se le cose vanno così, le spese devono diminuire perché è impossibile sostenere certi esborsi, tra energia, oneri vari, contributi e altro ancora. E la riduzione degli oneri che chiediamo dev’essere consistente perché non possiamo permetterci di pagare tutti i mesi, non producendo».
Le marinerie vogliono anche che le giornate di pesca «vengano decise con noi, così come il fermo (che non rifiutiamo). Si dovrebbe parlare anche della concorrenza sleale della Croazia e andrebbero rivisti i piani di gestione italiani» perché nel calcolo delle giornate di fermo esce fuori un dato penalizzante perché «non hanno tenuto conto che il 15% della flotta è stata demolita, non pesca più, e quindi non può essere presa in considerazione come se esistesse e pescasse ancora». Un’altra questione che pesa come un macigno è quella degli incassi. «Il prezzo del pesce è sceso, il pescato viene pagato poco, però le spese sono aumentate, per cui il profitto scende. Settembre è stato drammatico, ci abbiamo rimesso», dice un altro rappresentante della marineria pescarese, Romeo Palestino, ricordando che «si è lavorato solo metà mese e non il prezzo non era quello che ci aspettavamo». «Non ci conviene più, così non si va avanti», conclude Scordella, e quindi «va trovato un equilibrio. Vogliamo farlo noi, superando sindacati e associazioni».
Per uscirne, le marinerie fanno fronte comune. Nei prossimi giorni Scordella condividerà questi temi con i colleghi di Vasto, Ortona e Giulianova (una trentina di imbarcazioni in tutto) per poi coinvolgere l’assessore regionale Emanuele Imprudente. Se poi con le Regioni non si dovesse arrivare a una soluzione, le marinerie sarebbero pronte a «fermarsi tutte, per far capire che c’è un problema».