La moglie chiusa nello scantinato: pescarese finisce sotto processo

Il pm chiede 4 anni: l’uomo accusato anche di avere combinato le nozze con la vittima, marocchina La donna non poteva mangiare né lavarsi. Anche il complice nei guai per immigrazione clandestina
PESCARA. Immigrazione clandestina, sequestro di persona, sfruttamento della prostituzione, violazione dei sigilli: una brutta storia che ha fatto finire sotto processo tre persone, tutti uomini, fra loro legati da stretti rapporti anche di natura sessuale.
CHIUSA NELLO SCANTINATO Una vicenda giudiziaria venuta fuori casualmente, a seguito di una verifica che gli uomini della Guardia di finanza fecero nell'abitazione del principale imputato, A.M. di Pescara. Volevano controllare i sigilli che erano stati posti alla sua autovettura e scoprirono invece che in quella casa c'era una marocchina, peraltro rinchiusa in uno scantinato, priva di qualsiasi documento.
E fu la stessa extracomunitaria a raccontare alle fiamme gialle di quella sua segregazione in casa da quando era arrivata dal Marocco, aggiungendo che si era accorta che A.M. era dedito alla prostituzione poiché si chiudeva in camera con gente sempre diversa, e per questo aveva cominciato a temere che le potesse succedere qualcosa.
LE RICHIESTE DEL PM Il pm (ieri in dibattimento c'era il sostituto Marina Tommolini che non aveva istruito il processo), ha chiuso la sua requisitoria chiedendo la condanna dell'uomo a 4 anni di reclusione per immigrazione clandestina e sequestro di persona, e a tre anni per il suo presunto complice e amico, F.C., pescarese, accusato soltanto del primo reato (entrambi difesi dall'avvocato Antonio Di Blasio).
NOZZE COMBINATE La storia nasce quando F.C., sposato con una marocchina, si reca nel paese di origine della moglie insieme all'amico A.M. per far contrarre matrimonio a quest'ultimo con una connazionale della moglie. «E' palese», ha detto in requisitoria l'accusa, «che dall'incidente probatorio cui venne sottoposta la marocchina trovata in casa e dalle intercettazioni, che quel matrimonio era combinato soltanto per far entrare in Italia la ragazza».
A.M., nel dicembre del 2013, quando si reca in Marocco con l'amico, sposa la vittima di questa vicenda giudiziaria che, stando al racconto di quest'ultima, consegna all'uomo 6.700 euro quale compenso per quel fittizio ricongiungimento familiare.
Quando la ragazza arriva in Italia, viene prelevata da F.C. e portata a casa del principale imputato.
OBBLIGO DI DIMORA E qui per la vittima inizia la segregazione, come sostiene lo stesso gip Nicola Colantonio che firmò la misura dell'obbligo di dimora per entrambi gli imputati. Alla ragazza era proibito di uscire da sola dalla propria stanza, e il padrone di casa era «arrivato finanche a rinchiuderla dentro il bagno o nel locale lavanderia: la vittima non poteva mangiare né poteva provvedere liberamente alla cura della propria igiene personale». Sotto processo c'è anche una terza persona, D.A.N., campano ma residente a Montesilvano, durante il processo indicato come il fidanzato dell'imputato, accusato con lui di sfruttamento della prostituzione di un viados al quale A.M. aveva affittato una camera della sua casa. Ma su questo punto il pm ha detto che dalle carte non ravvisava la prova dello sfruttamento della prostituzione, per cui ha chiesto l'assoluzione da questo capo di imputazione. La sentenza si conoscerà però soltanto il 4 maggio prossimo dopo le repliche.

