«La morte di Gabriele per l’Inail non conta»

18 Gennaio 2018

Francesco D’Angelo, fratello del cameriere dell’hotel, si batte perché gli venga riconosciuto l’indennizzo

Pubblichiamo l’intervento di Francesco D’Angelo, fratello gemello di Gabriele, il cameriere di Penne che lavorava all’hotel Rigopiano tra le 29 vittime della valanga.
N o. L’Inail non comprende o meglio, comprende ma non a pieno, il dolore che ha colpito la famiglia D’Angelo per la perdita di Gabriele né l’amarezza per i fatti successivi alla tragedia. È inaccettabile che un Ente che dovrebbe tutelare tutti i lavoratori abbia acconsentito e mai contestato una legge (ai sensi e per gli effetti delle disposizioni di cui Dpr 390 giugno 1965, numero 1264) che fondamentalmente contraddice i principi dello stesso Ente. Come si può accettare moralmente che la vita di Gabriele non valga nulla? Come si possono fare distinzioni cosi nette semplicemente per uno “status”? La vita di una persona sposata vale di più rispetto a quella di un ragazzo che aveva questo sogno, e che non è riuscito nemmeno a realizzarlo? È oggettivamente un paradosso! Gabriele D’Angelo, convivente con i suoi familiari (mamma, padre e fratello gemello), contribuiva personalmente ed economicamente ai bisogni primari della famiglia, era sempre presente e disponibile a curare tutti i bisogni dei suoi cari e la sua morte ha provocato, oltre ad un dolore affettivo insanabile, anche una importante perdita economica. Tutti i giorni si preoccupava che a casa non mancasse nulla e, in caso contrario, provvedeva prontamente. Aveva sempre il pensiero rivolto a loro, lo dimostra il fatto che spesso rientrava a casa carico di buste della spesa. Per me la morte di Gabriele ha avuto un doppio peso sia perché era il mio fratello gemello monozigote e quindi legato in maniera particolarmente forte, sia perché, essendo io inabile a lavoro a seguito di una malattia cronica diagnosticatami nell’anno 2000, dipendevo anche economicamente da lui. Infatti ogni volta che avevo bisogno non esitava ad aiutarmi, era la mia sicurezza in quel lungo, lunghissimo periodo di disoccupazione.
Però per l’Inail tutte queste considerazioni non sono valide e pertanto noi familiari non abbiamo alcun diritto ad un risarcimento. A tutto questo va aggiunto che mio fratello è deceduto durante l’orario di lavoro mentre effettuava la sua ultima prestazione lavorativa. Metteva tutto se stesso nel lavoro, fino all’ultimo istante, svolgendo compiti che andavano oltre le sue regolari mansioni. È stato ritrovato con un sacco di pellet tra le braccia. Inoltre non è morto sul colpo poiché dall’esame autoptico risulta che non vi erano lesioni ossee né tantomeno lesioni interne derivanti dallo schiacciamento. Le cause della morte di mio fratello sono riconducibili ad asfissia da spazio confinato in concorso con fenomeni di ipotermia determinati dalle basse temperature del manto nevoso quindi si può dedurre che dalla tragedia e fino alla morte sia passato un tempo minimo di due ore. Le sue condizioni fisiche erano ottime ed è facile capire che quelle due ore siano state per lui interminabili e strazianti come lo è per noi soltanto immaginarlo. Con tutto questo, sono almeno riconosciute quelle due ore di sofferenza come danno indennizzabile da infortunio sul lavoro?
Francesco D’Angelo