La morte di Veronica, 42 anni: il dolore della madre entra in aula

Nel procedimento a carico di 3 dottori dell’ospedale civile di Pescara hanno sfilato i testi dell’accusa La mamma della giovane: «Per due volte i suoi sintomi sono stati scambiati per un problema psichico»
MONTESILVANO. A ripercorre la tragica fine di Veronica Costantini, la 33enne deceduta in ospedale il 6 aprile del 2019 per una diagnosi ritenuta sbagliata per la quale sono sotto processo per omicidio colposo tre medici del Santo Spirito, Giulio Colella, Annamaria Pace e Antonio D’Incecco, è stata ieri Monica Rapagnetta, la madre di Veronica, primo teste dell’accusa rappresentata dal pm Andrea Papalia. Un racconto a tratti rotto dall’emozione, ma lucido e puntuale quello della teste che davanti al giudice Nicola Colantonio ha ripercorso il calvario degli ultimi giorni della figlia.
«Per 42 anni ho servito la Asl di Pescara in reparti molto importanti», riferisce la teste che è stata infermiera specializzata in Neonatologia, «e quindi ebbi subito il sospetto che mia figlia avesse qualcosa di grave in base a quei sintomi».
Veronica entrò al pronto soccorso il 1° aprile di quattro anni fa con sintomi precisi (forti mal di testa, vomito, febbre alta, stato confusionale e via discorrendo): un malore che venne però scambiato per un problema psichico, tanto che la donna fu ricoverata in Psichiatria. La prima notte la passò in ospedale, ma poi venne dimessa. Il giorno successivo la situazione, a detta della madre, si aggravò sempre di più e il 3 aprile arriva un nuovo ricovero, con una consulenza dell’infettivologo (Colella) che esclude «qualsiasi problematica di carattere infettivologico e di infezioni acute del snc», e la paziente viene dirottata nel reparto psichiatrico.
Ieri, davanti al giudice, ha deposto anche il medico legale Cristian D’Ovidio che aveva effettuato l’autopsia della donna e che nella sua relazione parlò di «morte per ipertensione endocranica maligna secondaria ed encefalite erpetica complicata da arresto cardiocircolatorio»: un edema cerebrale massivo provocato da una encefalite derivante da herpes. Il medico legale ha riferito di «un errore medico ripetuto» perché i sintomi di encefalite herpetica erano evidenti, mentre l’altro consulente ascoltato ieri ha sottolineato come lui, agli specializzandi, dice sempre che quando arrivano dal pronto soccorso pazienti con quei sintomi bisogna somministrare subito un antivirale: vale a dire che quella è una prassi da seguire in casi del genere, anche senza avere ancora un quadro clinico perfettamente circoscritto. E invece, a Veronica, madre di due figli (la famiglia è rappresentata in giudizio dall’avvocato Anthony Aliano), nonostante le lamentele della madre che l’aveva seguita in casa e in ospedale, quei sintomi vennero ritenuti di natura psichiatrica. A processo sono finiti l'infettivologo Colella e i due medici di psichiatrica, accusati di «non aver rivalutato il sospetto diagnostico anche attraverso la tempestiva richiesta di una nuova consulenza infettivologica e la tempestiva richiesta ed esecuzione di esami lavoristici e accertamenti strumentali». Nuova udienza il 6 febbraio con altri testi dell'accusa.

