La prima edizione nel 1951 Nel pubblico c’era la Lollo

RIVISONDOLI. «C’era un’antica tradizione a Rivisondoli, legata alla sua storia pastorale: le famiglie, durante l’invero, si riunivano nelle stalle per giovarsi del tepore degli animali. La sera della...
RIVISONDOLI. «C’era un’antica tradizione a Rivisondoli, legata alla sua storia pastorale: le famiglie, durante l’invero, si riunivano nelle stalle per giovarsi del tepore degli animali. La sera della vigilia di Natale, ponevano al centro dell’attenzione l’ultimo nato, adagiandolo su una mangiatoia»: è in questo antico rituale in cui lo studioso sangrino, Cosimo Savastano, individua le origini del Presepe vivente di Rivisondoli. «Chissà che questa forma di rievocazione cristiana», aggiunge, «non abbia legami col passaggio a Rivisondoli, di San Francesco d’Assisi, tra il dicembre del 1215 e il gennaio del 1216». La prima edizione della Natività rivisondolese risale al 1951, in un momento in cui il paese aveva bisogno di rinascere, dopo le asperità del Secondo conflitto mondiale.
«Un ruolo molto importante nell’organizzazione», racconta Savastano, «fu giocato da Renato Caniglia, giornalista, fratello della cantante Maria, molto affermato nella capitale. Era il 6 gennaio. La regia fu affidata all’attrice Anna Brandimarte. La rappresentazione si tenne lungo la scalinata antistante la chiesa del paese. Gina Lollobrigida e Isa Pola erano tra il pubblico». «Come non ricordare, poi», continua, «la partecipazione, tra i pastori, della povera gente di Pietransieri, scampata alle stragi naziste, o la cerimonia della scelta del bue che veniva prestato da Pescocostanzo e portato in paese, su una slitta, tra la folla. Anche il ruolo della Madonnina si è sempre caricato di un significato particolare. «All’inizio», spiega Savastano, «veniva scelta tramite il concorso “La più bella e la più brava d’Abruzzo”: la prescelta doveva dimostrare di essere non solo bella, ma anche una brava donna di casa. Nel corso del tempo», prosegue, «gli organizzatori hanno cercato, in vario modo di attualizzare il Presepe vivente. Ricordo il 1993, anno in cui venne scelto come bambinello un bimbo nato a Betlemme, o il 2001, anno in cui vennero scelti due ragazzi palestinesi per indossare i panni della Madonnina e di San Giuseppe, in segno di speranza e di pace per la loro terra». Di particolari ce ne sarebbero ancora molti da raccontare, come l’edizione del 2002, con statue di pietra in memoria dell’attacco alle Torri gemelle. Resta, nel tempo, la solidità di una manifestazione che ha saputo raccogliere intorno a sè l’identità di un’intero territorio. «Forse oggi, rispetto al passato», conclude lo studioso, «si è perso un po’ il senso di devozione e di partecipazione popolare che caratterizzava il Presepe, ma oggi questo evento è la più importante occasione di richiamo e crescita turistica per l’intero territorio».
Annalisa Civitareale
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