La Procura: niente sconti per chi ha ignorato i rischi

16 Febbraio 2023

Il processo a Pescara: i pm replicano ai difensori con una memoria di 300 pagine

PESCARA. «Speriamo che in questa aula venga affermato un parametro di riferimento di agente modello, e cioè di pubblico amministratore come lo intende la Costituzione. La Repubblica, lo ricordo a me stesso, siamo tutti noi, cittadini, magistrati, avvocati, e chiediamo che in nome della Costituzione e del popolo italiano si affermi il modello di amministratore pubblico che aveva il dovere di prevedere la valanga e di evitare la tragedia, altrimenti se diremo che non si poteva prevedere, che non c'era nulla da fare, ci saremmo assolti un po' tutti, ma rimarremo per sempre coinvolti in questa tragedia». Sono queste le parole testuali con le quali il procuratore di Pescara, Giuseppe Bellelli, chiude la mattinata di repliche della pubblica accusa nel processo ai 30 imputati per il disastro di Rigopiano dove il 18 gennaio del 2017 persero la vita 29 persone sotto le macerie dell'hotel spazzato via da una valanga.
DICEVA CALAMANDREI.
Nel confermare i 151 anni complessivi di condanna per 26 dei 30 imputati chiesti alla fine della requisitoria, Bellelli ha voluto lanciare al giudice Gianluca Sarandrea, che dovrà sentenziare con il rito abbreviato, questo messaggio di giustizia. «In questo processo si gioca la credibilità di tutti se non si sceglie l'agente modello cui fare riferimento: amministratori pubblici che monitorino il loro territorio tenendo a mente ogni problema che si presenta, ma non per ignorarlo. Un amministratore che non si preoccupi solo delle prossime elezioni e del consenso, ma che rispetti gli insegnamenti della Costituzione». E nel suo intervento richiama proprio alcuni articoli della Costituzione e le parole di Piero Calamandrei, politico e giurista oltre che avvocato.
INIZIATIVE NON PRESE.
Repliche che, come si diceva, hanno occupato l'intera mattinata destinate a puntellare alcuni aspetti del teorema accusatorio che il collegio difensivo aveva cercato di minare con una serie di argomentazioni che avevano portato a chiedere l'assoluzione per tutti gli imputati. Puntuale, efficace e incisivo l'intervento del pubblico ministero Anna Benigni che ha puntato il dito su alcuni imputati della Provincia e del Comune di Farindola.
«Alla Provincia», ha detto, «contestiamo l'isolamento dell'hotel nel pieno dell'emergenza che era stata comunicata, rispetto alla quale non sono state prese iniziative efficaci. Se quella strada che porta all'hotel, unica strada di accesso e unica strada di fuga, fosse stata pulita le persone se ne sarebbero andate».
NESSUNA ALTERNATIVA.
Per l'accusa non c'erano alternative: o si chiudeva la strada con una ordinanza di sgombro dell'hotel o si lasciava pulita, «invece si è consentito alla polizia provinciale di far salire gli ospiti il 17 pomeriggio, con la presenza del sindaco Ilario Lacchetta». Il pm punta l’indice sul ruolo del dirigente Paolo D'Incecco: «In quei giorni era malato ma non ha mai cessato di interloquire con i suoi collaboratori in prima persona, continuando a gestire la situazione. Ma il problema vero è che loro si sono dati delle regole sulla viabilità che poi non hanno applicato. Giulio Honorati, della polizia provinciale, era responsabile della Protezione civile, ma non risulta che abbia dato nessun impulso per risolvere i problemi che si erano presentati».
I VERI EROI.
Poi, prima di passare al Comune di Farindola, la Benigni dà una stoccata al funzionario provinciale Mauro Di Blasio. «Ciò che ci ha dato fastidio della difesa», afferma il magistrato, «è un termine usato nell'arringa: eroe. Qui parliamo di 29 morti, di 11 superstiti, e se qualcosa non è andato come doveva andare è anche per la responsabilità di Di Blasio che non ha fatto quello che doveva. Gli eroi ci sono, ma sono altri: quelli che sci ai piedi hanno raggiunto la struttura collassata, persone che fanno il loro dovere con diligenza. Vorrei che non ci fosse bisogno di celebrare eroi».
SINDACI E FUNZIONARIO.
Parlando delle posizioni di Lacchetta e del funzionario Enrico Colangeli del Comune di Farindola, il pm fa una premessa. «Sappiamo che da questo processo uscirà un principio di diritto alla base del rapporto tra la collettività e le istituzioni», dice percorrendo la stessa strada di principi costituzionali tracciata dal procuratore Bellelli, e subito dopo evidenzia che il rischio valanga dell'area dell'hotel «era stato segnalato dalle relazioni di un geologo, un ingegnere, una guida alpina, e questo doveva essere sufficiente per mettere un sindaco nella condizione di esaminare ogni elemento, non di bloccare tutto perché doveva essere ampliato l'hotel».
Il pm punta il dito anche verso l'ex sindaco Antonio De Vico: «Il rischio valanga poteva rappresentare un problema per l'impresa dell’hotel e per questo, dal 2005, la commissione valanghe non venne più convocata».
LE ULTIME ORE.
Sulla mancata comunicazione dell'isolamento dell'hotel, sulla graticola della pubblica accusa finisce il sindaco Lacchetta. L'accusa ripercorre le ultime ore del pomeriggio del 18 gennaio quando nessuno informa della situazione di Rigopiano l’allora presidente della Provincia, Antonio De Marco. «Si riferisce del crollo della stalla di Martinelli dove si fa il pecorino di Farindola, ma nulla sulla strada che porta all'hotel, perché il lucro mancante è il parametro del sindaco: l'hotel deve continuare a lavorare».
ORA L’EX PREFETTO.
Il pm Andrea Papalia risponde invece alle difese dell’ex prefetto Francesco Provolo. «Non ha fatto nulla di ciò che era necessario fare e che si doveva fare. Pur venendo a conoscenza di quello che accadeva, non ha attivato la sala operativa e non può venirci a dire che i funzionari operavano nelle loro stanze perché c'era un preciso protocollo da rispettare. In questo quadro si denota uno scarso rispetto per le istituzioni. Il suo comportamento non è degno di un rappresentante del Governo», ha affermato Papalia. «La verità la dice lui stesso quando, in una intercettazione, parla del mal funzionamento della Prefettura. Con le sue comunicazioni ufficiali false ha tranquillizzato le altre istituzioni, Regione e Protezione civile, che avrebbero potuto far fronte alla temporanea incapacità della Prefettura. E non si può neanche dire che il 16 gennaio non ci fosse il problema Rigopiano perché il rischio del blocco delle strade era già evidente».
Papalia chiude il suo intervento affermando che la «procura ha fatto ogni sforzo possibile per ricostruire la vicenda e quindi ogni attacco strumentale e infondato delle difese va rispedito al mittente». Il riferimento del pm è mirato contro la frase "pesca a strascico" affermata da una delle difese secondo la quale la procura avrebbe messo dentro al processo tutti senza distinzione.
LE 300 PAGINE.
Nel confermare le richieste di condanna il procuratore Bellelli deposita al giudice la una corposa memoria di 300 pagine che spiega dettagliatamente i tre interventi fatti nella requisitoria. Oggi le repliche delle difese che, se dovessero andare lunghe, potranno anche sconfinare nell'udienza di domani. La sentenza è prevista per giovedì il 23 febbraio.