La psicologa: «È un’età difficile»

9 Giugno 2020

«Ai ragazzi va spiegata la linea tra il bene e il male, serve il dialogo»

PESCARA. Un’età difficile, quella dell’adolescenza. Specie se si seguono modelli sbagliati e se i genitori e le agenzie educative sono poco presenti, se non c’è prevenzione della violenza. La psicologa psicoterapeuta Elisabetta Catapane dice la sua dopo i due episodi di sabato e domenica.
Cosa avviene durante l’adolescenza, perché certi fenomeni?
I ragazzi cercano di sganciarsi dalle figure di riferimento per costruire una propria identità e il gruppo dei pari diventa un riferimento importante. La violenza viene maturata dall'esperienza in famiglia, in cui i giovani sono spettatori o vittime, o per emulazione di altri. Ma si pensi anche a messaggi di violenza veicolati dalla nostra società. Si sottovaluta l’effetto dei media o delle comunicazioni sociali, internet e i social, di fronte ai quali manca una bussola esterna, una guida autorevole, a orientare i giovanissimi, per cui questi messaggi vengono accolti senza revisione critica.
Quale dovrebbe essere la guida esterna?
I genitori, le agenzie educative, devono insegnare ai giovani a controllare la propria aggressività che va contenuta e indirizzata. Il ragazzo aggressivo va attenzionato, una mente in crescita va seguita e guidata, per capire come si traccia la linea tra bene e male visto che la nostra è una società competitiva in cui la sopraffazione prevale.
Chi sono le vittime?
I violenti cercano le vittime designate, che magari hanno dei trascorsi di violenza subita, e c’è il rischio che la vittima si possa trasformare a sua volta in aggressore. Questo circolo va rotto e la prevenzione conta molto: bisogna essere presenti rispetto alla crescita dei giovani e alla necessità di un dialogo. Va accolto il mondo di questi ragazzi, va gestito il loro caos interno. E le agenzie educative, i genitori, si devono interrogare. Quanto alle vittime del bullismo, si deve pensare al loro sostegno, alla tutela.
Come ci si difende dalla violenza?
Non si può lasciare al singolo la gestione dell'aggressività degli altri. Nelle agenzie educative vanno promossi dei programmi di prevenzione.
Il lockdown può aver inciso sull'aggressività dei giovani?
Sugli effetti del lockdown è in atto un'indagine scientifica e non si può parlare di uniformità di comportamenti. Ipotizzo che si siano accentuati i problemi di fobia, ansia e difficoltà relazionali, visto che la relazione con l'altro ha subito un arresto. Il periodo della riflessione può essere stato utile a chi aveva gli strumenti per migliorarsi. Ma ci sono ragazzi che hanno difficoltà ad uscire.