La rabbia dell’Abruzzo arriva in Parlamento

3 Marzo 2017

In 1.800 fino a Montecitorio per chiedere la modifica del decreto terremoto Lungo corteo con sindaci e cittadini arrivati in bus dalle quattro province

INVIATA A ROMA. Quando in piazza Montecitorio risuonano le parole di Ennio Flaiano piuttosto che quelle di Trilussa, quando le note del ddù botte sostituiscono quelle di qualche stornellata romana, allora si compie un piccolo miracolo.

E una comunità altrettanto piccola, e forse anche debole, ritrova la propria identità. Ecco, il valore intrinseco della manifestazione dei 1.800 teramani a Roma è stato proprio questo. Tanti teramani, arrivati dagli angoli più sperduti della provincia, hanno sfilato da piazza Venezia fino a piazza Montecitorio per far sentire la propria voce, il proprio dissenso, a un governo che non ha capito la portata di quanto accaduto a gennaio in Abruzzo e in provincia di Teramo in particolare.

E se il Teramano è stato il territorio più colpito dal terribile cocktail di neve e terremoto, anche il resto d’Abruzzo ha sofferto. Non a caso ieri, accanto agli amministratori e ai cittadini teramani c’era anche una folta delegazione di amministratori di Chieti, Pescara e L’Aquila.

Insomma, ieri si è parlato abruzzese nel cuore di Roma.

Decine di sindaci con la fascia tricolore, i presidenti di tre Province, e poi consiglieri regionali – tutti presenti i teramani – l’assessore regionale teramano Dino Pepe, i parlamentari abruzzesi – tutti i teramani, ma anche quelli di altre province, da Antonio Razzi a Paola Pelino a Stefania Pezzopane, solo per citarne alcuni – ma soprattutto tanti, tantissima gente comune.

E con la schiettezza quasi rude dell’abruzzese quando chiedi a una persona in là con gli anni come mai si è sobbarcata la fatica di arrivare fino a Roma a sfilare, la risposta non può essere che: «Uh, ji sò di Munturie». Tre parole in cui è racchiusa la paura per le scosse di terremoto, che a Montorio si sono sentite davvero, per la neve che ha isolato il paese per giorni, peraltro senza luce. Per la spada di Damocle di quella diga di Campotosto che a Montorio è proprio vicina. E anche un po’ l’orgoglio della gente della montagna abruzzese.

Poi ti giri e vedi Grazia Scuccimarra, attrice e argutissima comica che pur vivendo a Roma ha mantenuto forte il legame con la sua Teramo dove ormai tanti anni fa è stata anche consigliera comunale. La saluti e osservi che certo, lei non poteva mancare. «Beh, sì ho voluto esserci, anche se penso che serva a poco. Però la speranza rimane ed eccomi qui», risponde. Altro esempio di concretezza abruzzese.

Concretezza ma anche creatività. Un corteo sui generis, infatti, in cui certamente c’erano cartelli, slogan e fischietti. Slogan da cui traspariva la rabbia di un popolo martoriato da calamità naturali a dir poco sottovalutate dal governo. “Le frane fanno meno paura della vostra indifferenza” è un messaggio inequivocabile. O anche lo striscione di Castelli: “Burocrazia e incapacità: state uccidendo cinque secoli di storia”. “Valle Siciliana: il salto del terremoto e del maltempo” ironizza sul’esclusione di alcuni comuni dal cratere sismico.. Confesercenti, Cna e Confcommercio – foltissima la rappresentanza di commercianti che ieri hanno chiuso le proprie attività – hanno invece sottolineato che “Se muore Teramo città, muore tutta la provincia” con tanto di fotografia di una bara.

Ma accanto agli slogan c’è stato un altro tipo di comunicazione. Quella affidata all’arte, ad esempio ai testi di teatro scelti dagli Amici della Delfico – fra cui appunto la lettera di Flaiano sull’Abruzzo – recitati da Vincenzo Macedone di Spazio tre. Ma soprattutto colonna sonora di tutta la manifestazione, sin dalla mattina alle 8, alla partenza dei pullman, è stata “Teramani’s Karma” la cover di Francesco Gabbani riadattata dal giornalista Antonio D’Amore e dai musicisti Nicoletta Dale e Flavio Pistilli. Terremoto, neve, blackout, frane. «Ma questa è la mia terra non voglio abbandonarla, voglio ricostruirla» sulle note del motivetto molto orecchiabile è diventato l’impegno morale dei 1.800 manifestanti. E le drammatiche foto dei disastri causati da terremoto e neve, mostrate dall’associazione Teramo Nostra, davano l’idea di quanto accaduto.

Anche se, a dire il vero, il sindaco di Chieti Umberto Di Primio ha fatto notare – anche in audizione a Montecitorio – che il corteo è stato fatto passare per stradine secondarie: «Non è bello venire a Roma a manifestare il disagio dell’Abruzzo e passare attraverso mercatini di povera gente che spostava la propria roba. Non credo si sia accorto nessuno della nostra protesta. E’ un elemento di non rispetto per le fasce che portiamo ed è un brutto campanello d’allarme sulla non consapevolezza che i territori d’Abruzzo oggi stanno vivendo». E non a caso un gruppo di manifestanti capeggiato da Di Primio ha scelto di uscire fuori dal percorso del corteo e sfilare lungo via del Corso fino a piazza Colonna dove sono stati fermati dalle forze dell’ordine. Dopo una trattativa, a patto che abbassassero gli striscioni hanno potuto raggiungere piazza Montecitorio sfilando praticamente davanti a Palazzo Chigi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA