La riforma taglia l’Abruzzo

A rischio l’85 per cento delle 1.034 controllate da Regione, Comuni e Province
PESCARA. Stipendifici, poltronifici, mangiasoldi. Ma ora la pacchia sembra davvero finita. Il destino delle società partecipate dagli enti pubblici – Regione, Comuni, Province – è nelle mani del governo. Che oggi fa saperte agli amministratori locali come intende avviare il piano di razionalizzazione voluto dalla riforma Madia di quella giungla di srl, consorzi e carrozzoni che per anni hanno succhiato risorse e prodotto zero.
Dopo la sentenza della Consulta, che ha imposto l'intesa preventiva (vincolante) di Regioni e Comuni, il ministero della Pa ha rivisto il decreto sulle partecipate (che dovrà riottenere tutti i pareri, dal Consiglio di Stato e dal Parlamento, per poi ripassare in Cdm) aggiustando il tiro per trovare il placet di massima degli enti locali.
Perno della trattativa è la soglia minima del fatturato entro la quale le società partecipate possono continuare ad operare.
Nella prima versione di settembre, il decreto stabiliva il tetto di fatturato minimo a un milione di euro. Il provvedimento bis, secondo fonti ministeriali, lo abbasserebbe a 500mila euro su richiesta delle stesse amministrazioni locali.
Questo tuttavia solo per il primo intervento di riduzione delle partecipate, in occasione della revisione straordinaria che partirà a fine giugno. Dopodiché, a regime, ovvero a partire dal 2019, il tetto dovrebbe tornare a un milione di euro, come stabilito nella versione originale del decreto.
In sostanza agli Enti pubblici verrebbe dato più tempo per adeguarsi ai nuovi obiettivi. Non solo. Viene restituita all'assemblea la scelta tra amministratore unico o cda.
Che cosa cambia ai fini delle partecipate?
A livello nazionale si calcola che circa 1.500 “carrozzoni” rischiano di dover chiudere i battenti a seguito della prima “sforbiciata”, di fine giugno. Un altro migliaio di partecipate sarebbe poi in pericolo con il fatturato ad un milione di euro nel caso in cui i loro bilanci nel frattempo non migliorassero.
In Abruzzo le società partecipate erano fino a poco tempo fa 1.034.
C’è un po’ di tutto, società di trasporto, multiservizi, farmacie, centro di ricerca, porti turistici. Quindici di esse sono già state messe in liquidazione, altre fanno parte della galassia delle Province e non si sa come e dove potranno essere assorbite. Per quelle attive le conseguenze della riforma sarebbero in ogni caso micidiali. A prescindere dalla soglia minima del fatturato. Questo perché la maggior parte delle società partecipate comunali, provinciali e regionali hanno micro fatturati (sotto 500mila euro), e produttività pari a zero. Incrociando i criteri minimi per il mantenimento delle società e i dati su conti e dimensioni, emerge come una buona fetta sia fuori target.
Se ad esempio si dovesse guardare solo ai bilanci, a rischiare è l’85% delle società. Si salverebbero infatti le più conosciute come Tua (trasporti, 100% Regione) Saga (aeroporto, 99,49% Regione), Abruzzo Engineering (60% Regione), Abruzzo Sviluppo (100% Regione) e Fira (finanziaria al 51% della Regione). Le altre partecipazioni dovrebbero essere messe in liquidazione, vendute ai privati, messe sul mercato. Una strada suggerita tre anni fa dal commissario alla spending review Carlo Cottarelli dopo aver passato al setaccio un centinaio di partecipate abruzzesi. Trenta di esse vennero bocciate per i conti in rosso, altrettante furono definite virtuose, con bilanci in attivo.
Anche la Corte dei conti si è interessata delle partecipate analizzando alla fine dell’anno scorso il piano di razionalizzazione avviato dalla Regione. Non c’è stata in questo caso una bocciatura, ma una valutazione con luci e ombre. Sollecitano comunque l’Ente ad agire.
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