La rivolta dei 10mila estetisti e parrucchieri chiusi un altro mese

In Abruzzo scendono in campo Cna e Confartigianato: «Incombono chiusure, licenziamenti e lavoro nero»
PESCARA. Il rinvio a giugno dell’apertura di parrucchieri o estetisti, e più in generale di tutte le attività per i servizi alla persona, fa infuriare un’intera categoria, sulla quale incombono chiusure, licenziamenti e lavoro nero. Uno stop di tre mesi dal lavoro quali effetti avrà sulle 5.500 imprese di un settore che conta circa 10mila addetti. Sono questi i numeri dell’Abruzzo che protesta.
LO SCONCERTO. Viene espresso dalla presidente regionale di Cna Benessere e Sanità, Angela Rita Barone. «Sconcerto e rabbia», precisa Barone, «visto che nel Dpcm del 26 aprile non si fa alcuna menzione a una possibile data di riapertura delle imprese di acconciatura ed estetica. L’ennesima dichiarazione in conferenza stampa del presidente del consiglio, che lascia intendere uno slittamento del riavvio di tali attività a giugno, è intollerabile. Rappresenta una condanna a morte per l’intero settore». Proteste sono in atto in tutta Italia da parte della categoria. Anche in Abruzzo. Aggiunge la presidente di Cna Benesse e Salute: «Quello del premier Giuseppe Conte è un annuncio che ci lascia senza parole, alla luce del fatto che attività che pure hanno rapporto con il pubblico potranno riavviare prima il lavoro; ma soprattutto perché metterà in ginocchio una categoria già colpita duramente, con le prevedibili conseguenze in termini di chiusura di attività, licenziamenti di dipendenti, fiorire di lavoro nero e irregolare con tanti saluti alle tanto invocate regole in materia di tutela della saluti».
LA RICHIESTA. La Cna, come già fatto a livello nazionale, rivolge un appello. «Chiediamo al governo», riprende Barone, «di lanciare un messaggio immediato, rassicurando le imprese sulla definizione di una prossima, e certa riapertura. In queste settimane, abbiamo lavorato per capire come rimettere in moto le nostre attività, come seguire scrupolosamente le indicazioni dei protocolli sulla sanificazione, sul distanziamento, sull’uso di materiali compatibili: del resto, è nostra tradizione da sempre lavorare con materiali sterili e monouso. E invece ci arriva uno schiaffo sonoro che penalizza noi, certo, ma anche i cittadini che dopo il lungo lockdown hanno la sacrosanta esigenza di tornare a curare la propria persona».
APPELLO AI POLITICI LOCALI. Cna Benessere e Sanità, infine, chiede con forza alla Regione e ai Comuni di sostenere in Abruzzo la categoria: «È sotto gli occhi di tutti che la nostra è quella più penalizzata: prima per la difficoltà di veder applicate le misure di sostegno al reddito concesse ad altri, e in ragione del fatto che saremo gli ultimi a ripartire: ed è per questo che ci attendiamo un sostegno adeguato per tutto questo, non una elemosina, con consistenti aiuti a fondo perduto. A partire dal blocco totale e a tempo indeterminato di tutte le tasse e le imposte locali che gravano sulla nostra categoria».
«INACCETTABILE». Anche Confartigianato Chieti L’Aquila fa sentire la propria voce definendo «inaccettabile e incomprensibile» la decisione del governo di rinviare al primo giugno la riapertura di acconciatori e centri estetici. Concreto, secondo l'associazione, il rischio di ripercussioni sull'occupazione, in un settore che in Abruzzo dà lavoro a migliaia di operatori.
LA PERDITA STIMATA. La perdita economica, secondo le stime di Confartigianato, è di svariate decine di milioni di euro, pari al 20% circa del fatturato annuo. Oltre a una crescita esponenziale del fenomeno dell'abusivismo, il rischio, ora, è che molti addetti non ce la facciano a ripartire.
«SENZA AIUTI». «Il 4 maggio saranno nove settimane di chiusura. È impensabile chiedere di stare fermi altre quattro settimane», commenta il presidente Confartigianato Acconciatori Chieti L’Aquila, Denis Iezzi, «tutto questo non farà altro che alimentare il sommerso, sia perché i clienti non vogliono più attendere sia perché gli operatori non riescono più a reggere dato che lo Stato non li aiuta. Di conseguenza c’è chi è disposto a correre rischi. La decisione di attendere il primo giugno è inaccettabile e incomprensibile. Ci dicono che dobbiamo abituarci a convivere con il virus, ma allora perché aspettare un altro mese? Ci insegnassero a convivere con il Covid-19. Con senso di responsabilità, abbiamo elaborato tempestive proposte dettagliate su come tornare a svolgere queste attività osservando scrupolosamente le indicazioni su distanziamento, dispositivi di protezione individuale, igiene e sanificazione. Proposte che penalizzano fortemente il lavoro, ma della cui importanza siamo consapevoli. Il primo giugno cosa potremmo fare di più rispetto ad oggi? È inammissibile. È fondamentale, a questo punto, inasprire i controlli contro l’abusivismo e cercare di arginare quanto più possibile il lavoro sommerso. La nostra associazione, su tutti i livelli, dal nazionale al locale», conclude Iezzi, «non resterà in silenzio e farà la sua parte». (r.rs.)
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